Due storiche interpretazioni trentine del taglio bordolese

Trentino Rosso doc Castel San Michele e Trentino Rosso Supriore doc 4 VicariatiCon l’apertura dell’Istituto Agrario di San Michele nel 1874 e la predisposzione dell’annesso campo sperimentale, che aveva già preso avvio dal 1870, i vitigni “bordolesi” fanno la loro comparsa anche in Trentino. Una porzione del campo sperimentale è infatti destinata a Merlot, Cabernet Sauvignon Cabernet Franc (ma potrebbe trattarsi di Carménère), ma sono presenti anche Malbec e Verdot, tutti coltivati a spalliera con elevata densità d’impianto, come documenta una Relazione del 1899 sui primi 25 anni di attività dell’Istituto, dal 1874 al 1898, la quale specifica anche le rese medie annuali e le caratteristiche dei mosti di ogni singola varietà.

In questa importante testimonianza si legge che “nelle plaghe viticole più meridionali (riferendosi al Tirolo meridionale, ndr) si diffusero anche le qualità di vini del Bordeaux come il Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Verdot e Merlot. Nel territorio viticolo propriamente detto della Val d’Adige (…) l’opera dell’Istituto si è limitata solo alla diffusione di varietà da vini scelti, come sarebbero le varietà bordolesi che qui prosperano egregiamente (…)”. Una conferma esplicita di una presenza dei “bordolesi” in Trentino dagli ultimi decenni dell’800.

Una presenza peraltro minoritaria, perchè “qui troviamo – si legge nella medesima Relazione – delle eccellenti varietà (per i rossi ci si riferisce a Teroldego, Marzemino, Lagrein e Negrara, ndr) che si prestano per la confezione di buoni vini da pasto, per modo che il bisogno d’introdurre dei nuovi vitigni non è tanto sentito”. Una presenza destinata a rimanere marginale nei decenni successivi. Dopo due Guerre mondiali, di cui soprattutto la prima è stata esiziale per larga parte del vigneto trentino, dallaValsugana alla Valle di Non, a causa della linea del fronte e alla successiva annessione all’Italia, con la chiusura del tradizionale sbocco di mercato nelle regioni dell’impero asburgico; oltre alla fillossera che in Trentino aveva fatto la sua comparsa nel primo decennio del ‘900, tra i “bordolesi” prende piede soprattutto il Merlot, in rapida e costante crescita dagli anni ’20 in poi.

A metà degli anni ’50 con i suoi circa 60 mila quintali si stima interessi quasi il 10% della produzione provinciale totale, per oltre il 70% a bacca nera. Molto più conenuta la produzione complesssiva dei Cabernet, poco più di 2 mila quintali nel 1951, pari allo 0,33% del totale uve raccolte. (Le quantità vendemmiate negli ultimi anni, in un contesto in cui tre quarti della produzione è ora a bacca bianca, risultano parimenti limitate: circa 66 mila quintali di Merlot, la media dell’ultimo triennio 2016 – 2018, pari a poco meno del 6% dell’intero vendemmiato; 21 mila quintali la raccolta media per lo stesso periodo per i due Cabernet).  Sul finire degli anni ’50 i tempi erano in ogni caso ormai maturi per proporre questi vini non in purezza o assemblati con altri vini, ma nel classico taglio bordolese. 

Dopo un viaggio di studio effettuato nella zona di Bordeaux dall’allora neo assunto direttore del laboratorio dell’Istituto Agrario di San Michele Franco Defrancesco, tra il 1957 e il 1958 nasce il taglio bordolese “Castel San Michele”. In realtà un uvaggio, con una prevalenza di Merlot, mantenuto per alcuni giorni a basse temperature al fine di bloccarne o rallentarne la fermentazione in attesa che si potessero aggiungere anche i mosti delle uve di Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc (o più probabilemte Carménère, che rispetto al Franc matura più tardi): tutte uve provenienti, allora come ancora oggi, dallo storico vigneto Weizacher, attiguo all’Istituto e sito nella parte basale del conoide di Faedo.

Prendendo a prestito il titolo di una pubblicazione, gli anni ’60 sono definiti per il Trentino “gli anni ruggenti dei bordolesi”, perchè sulla scia del “Castel San Michele” vedono la luce altri assemblaggi di Merlot e Cabernet, tra i quali il “4 Vicariati” di Cavit, con riferimento ai quattro centri della Vallagarina di Mori, Brentonico, Ala e Avio che fin dal Medio Evo erano raccolti in un’unica giursdizione. In questo caso la prevalenza è dettata dal Cabernet Sauvignon, con il Merlot e una piccola percentuale di Franc a completare il taglio. Tutte le uve sono selezionate in alcune plaghe particolari del Trentino, da Aldeno, a Besenello a Riva del Garda, che sono state individuate grazie al lavoro di zonazione completato con il progetto PICA (Piattaforma Integrata Cartografica Agriviticola).

In occasione della settimana dedicata ai bordolesi organizzata da Palazzo Roccabruna, Onav Trento ha organizzato una selezionata degustazione verticale di queste due storiche etichette, presentate dagli enologi Enrico Paternoster, responsabile dell’Unità Cantina della Fondazione E. Mach, e Andrea Faustini, responsabile scientifico del team agronomico Cavit.

Il Trentino Rosso doc “Castel San Michele”, presente con le annate 2016, 2009, 2004, 2003 e 1990, appare caratterizzato da prevalenti note fruttate nell’annata più recente, che progressivamente virano verso una speziatura dolce e accattivante nelle annate 2004 e 2003, senza che venga mai meno un morbido equilibrio di bocca, testimonianza del timbro riconoscibile dato dall’impiego prevalente del Merlot. Nell’annata 1990 sono invece nettamente avvertibili note di affumicatura unite a sensazioni di china, caffè e cioccolato fondente.

Il Trentino Rosso Superiore doc “4 Vicariati”,  proposto nelle annate 2016, 2013, 2009, 2007, 2004, evidenzia invece l’esuberante struttura del Cabernet Sauvignon, che abbisogna di qualche tempo per rendere setosi i propri tannini, ed esaltare sentori terziari speziati con prevalenza del pepe nero unitamente a sfumature di cardamomo e frutta sotto spirito, come chiaramente avvertibili già dall’annata 2013. Sensazioni ampiamente riconfermate nelle annate precedenti poste in degustazione, che si accompagnano a persistenze aromatiche via via crescenti.

Detto in sintesi: non avere fretta di consumare questi vini. Avere la pazienza di aspettare, perchè dopo dieci – quindici anni di affinamento danno il meglio di sè, con la capacità di soddisfare anche i palati più esigenti.

Gianfranco Betta