I vini PIWI in degustazione ad ONAV Trento

Le esigenze di una produzione meno impattante sull’ambiente e sugli stessi operatori hanno spinto negli ultimi decenni molti istituti di ricerca internazionali, tra cui anche la Fondazione Edmund Mach (FEM) a creare dei vitigni “resistenti” agli attacchi fungini della vite, soprattutto peronospora e oidio, ma anche ad altre patologie, dal Black-rot o marciume nero della vite fino alla stessa fillossera.

Conosciuti con l’acronimo PIWI (dal tedesco Pilzwiderstandfähig, resistenti ai funghi), alcuni di questi vitigni sono da alcuni decenni impiegati in Germania ed altri Paesi. In Italia solo nel 2013 sono stati iscritti in osservazione nel Registro Nazionale delle varietà di vite sei vitigni interspecifici, frutto dell’incrocio tra la specie Vinifera e altre specie del genere Vitis: tre a bacca bianca (Solaris, Johanniter, Helios) e tre a bacca rossa (Prior, Cabernet Cortis e Cabernet Carbon), che si sono aggiunti ad altri due vitigni “resistenti” già iscritti nel Registro Nazionale dal 2009 (Bronner, a bacca bianca e Regent, a bacca rossa, che non ha avuto grande fortuna ed è stato progressivamente espiantato).

Gli areali di osservazione di questi vitigni indicati dai decreti pubblicati in Gazzetta ufficiale si limitavano inizialmente ad alcune regioni del nord: in particolare Lombardia, le province del Veneto, Trento e Bolzano. Soprattutto queste ultime hanno fatto da battistrada nella sperimentazione in campo e sono stati i primi territori ad arrivare all’imbottigliamento e alla commercializzazione.

Onav Trento ha organizzato una serata di approfondimento con la possibilità di assaggiare vini in commercio e microvinificazioni in attesa di autorizzazione alla coltivazione.

L’incontro è stato introdotto da Marco Stefanini, responsabile di Genetica e miglioramento della vite presso la FEM, che ha chiarito come non esista immunità assoluta alle crittogame, ma piuttosto diversi livelli di resistenza. Stefanini ha esposto in maniera esauriente le differenze tra tecniche di transgenesi e cisgenesi (questa seconda equiparata anch’essa dalla UE, con un’evidente forzatura, a pratiche ogm) e genome editing rispetto ai tradizionali incroci plurimi e in successione tra Vinifera ed altre specie resistenti, con l’obiettivo di generare varietà che presentino caratteri di resistenza alle crittogame, ma anche ad altre patologie della vite, e nel contempo conservino i caratteri di maggiore qualità riconosciuti alla Vinifera. Stefanini ha fornito inoltre una panoramica delle caratteristiche fenologiche ed enologiche dei principali vitigni “resistenti”, e in particolare di quelli in degustazione.

I vitigni “resistenti” a bacca bianca hanno in questi anni goduto di maggiore successo presso i produttori, mentre quelli a bacca nera hanno spesso trovato una limitazione alla loro diffusione sorattutto a causa della presenza di un tasso di diglucosidi nel vino superiore a quanto previsto dall’OIV (max 15 mg/l), limite recepito dalla normativa europea. Un limite dettato non tanto da motivazioni salutistiche, ché i piccoli frutti rossi come mirtillo o ribes ne contengono quantità enormemente superiori, piuttosto per ragioni volte ad evitare il venir meno dell’obbligo di distillazione dei superi, sostituendoli con vini da ibridi produttori.

Tra i bianchi sono stati assaggiati in primo luogo vini ottenuti dal Solaris, messo a punto nel 1975 in Germania da Norbert Beker dell’Istituto di Ricerca di Friburgo incrociando Merzling x (Zarya Severa x Muscat Ottonel), dotato di buona acidità e profumi floreali, e che predilige le produzioni in quota: il bianco fermo Solaris 2017 (12,5% vol.) presentato da Domenico Pedrini dell’Azienda Agricola Pravis di Lasino, un’azienda che per prima ancora trent’anni fa ha creduto a questa sperimentazione piantando inizialmente Johanniter e Regent e la versione spumantizzata extra dry metodo Martinotti dell’Azienda Filanda de Boron di Tione (“Lauro” 2018, 12% vol., con buona sapidità e ottimo bilanciamento tra residuo zuccherino e acidità) presentato da Nicola Del Monte. Della stessa azienda il più strutturato Solaris vino bianco fermo “Dedit” 2017 (13,5% vol.), elevato esclusivamente in legno d’acacia, più complesso ed evoluto. Caratteristiche comuni di questi bianchi “Piwi”, che oltre a rari o nulli trattamenti in campo, non abbisognano di particolari aggiunte di solforosa in vinificazione, un’avvertibile leggera nota tannica e in generale un’ottima acidità che li rende atti anche alla spumantizzazione.

In degustazione due metodo classico: un’Extrabrut da Johanniter, varietà creata dall’Istituto di Ricerca di Friburgo nel 1968 incrociando Riesling x [Seyve-Villard 12- 481 x (Ruländer x Gutedel)] ancora dell’Azienda Agricola Pravis e un “Santa Colomba” dosaggio zero (12,5% vol.), molto fresco e sapido in bocca, floreale al naso, della Cantina Sociale di Trento – Le Meridiane presentato dall’enologo Giuseppe Secchi, da uve Solaris, Johanniter e Bronner; quest’ultima varietà nata anch’essa a Friburgo nel 1975 incrociando Seyve-Villard 5-276 x [(Riesling x Pinot Grigio) x (Zarya Severa x Saint Laurent)]. Con lo stesso uvaggio in degustazione anche un “Santa Colomba” fermo del 2018 (12,5% vol.), dotato di spiccate acidità e salinità.

Un’altra creatura di Friburgo del 1983 è il Souvignier Gris, nato da un incrocio di Cabernet Sauvignon x Bronner, dotato di buona alcolicità, di cui sono state proposte due interpretazioni dell’annata 2018. Il primo dell’Azienda Agricola Pravis (13% vol.), di ottima struttura con una carica aromatica importante: esplosione di frutta esotica, e nel contempo richiami vegetali tipici di un Sauvignon e note di pera di un buon Pinot Grigio. Il secondo in versione “orange” (“Tre”, 14% vol.), una vinificazione in rosso in anfora con permanenza di ben 11 mesi sulle bucce da parte dell’Azienda Filanda de Boron, caratterizzato da particolari note resinose e bacche di ginepro, che ricordano le interpretazioni più riuscite di Retsina.

Gianfranco Betta