Il fascino senza tempo del Fiano di Avellino, l’anima bianca del Sud

La delegazione di Onav Monza ha proposto una serata molto interessante su uno dei pochi vitigni a bacca bianca dalla longevità straordinaria,il Fiano,
dovuta anche alla sua grande acidità, e oggetto di approfondimento del professor Luigi Moio, che pubblicò il primo elaborato scientifico sull’argomento nel 2012.

Daniela Guiducci, relatrice di questo incontro tenutosi presso lo Sporting club di Monza, in una cornice elegante e raccolta, ha coinvolto i partecipanti in un viaggio alla riscoperta del Fiano, uno dei più importanti vitigni bianchi campani, accanto a Greco e Falanghina; seguendo un percorso estremamente chiaro ed articolato, dalla storia alle caratteristiche ampelografiche ed organolettiche, Daniela ha inoltre guidato la degustazione di otto vini di differenti zone ed annate, scelti appositamente allo scopo di evidenziare le varie sfumature gusto-olfattive e la sua straordinaria possibilità di evoluzione.

Le origini del Fiano, coltivato in Campania sin dall’antichità, sono probabilmente greche: l’ipotesi più attendibile ricollega il suo nome alla città di Apia nel Peloponneso da cui, per una serie di trasformazioni e corruzioni linguistiche nel corso dei secoli, si arrivò alla denominazione attuale di Fiano: la prima testimonianza scritta della sua coltivazione risale al XIII secolo in un registro degli acquisti di Federico II di Svevia, in cui si cita Lapio, il comune vitivinicolo più importante della Campania, cuore della DOCG Fiano di Avellino, creata nel 2003 e dall’estensione totale di circa 28.000 ha.

L’area più vocata si trova in Irpinia, racchiusa tra i comuni di Lapio e Summonte, passando per Avellino, limitata a circa 560 ha: è caratterizzata da terreni di matrice vulcanica, ma con consistenze diverse, dalla roccia effusiva all’ argilloso-calcareo; i vigneti si trovano tra i 300 e i 600 metri di altitudine, con esposizione a sudest/sudovest e grande escursione termica, che favorisce i profumi intensi ed eleganti del Fiano: infatti il profilo aromatico di tale vitigno presenta una gamma estremamente interessante, nonostante si tratti di un’uva neutra, che spazia dal floreale di rosa, tiglio, camomilla, alla frutta gialla, dalle erbe aromatiche all’aroma varietale tipico della nocciola, che lo contraddistingue in gioventù come in evoluzione.

La degustazione si apre quindi con quattro diverse espressioni del Fiano, tutte dell’annata 2017 e affinamento in acciaio: Refiano della Tenuta Cavalier Pepe di Luogosano, nei pressi di Lapio, molto fruttato e floreale, con una leggera nota balsamica ed erbacea, dalla grande sapidità; con sentori più affumicati ed erbacei, oltre a note di pietra focaia che ricordano un po’ lo Chenin blanc della Loira è il Serrapiano di Torricino, a Tufo, comune più a nord est del precedente, un Fiano di maggiore complessità dovuta sia a suoli più pesanti sia alla macerazione pellicolare. Al naso più sottile e floreale, con una lieve sfumatura di anice, è invece Vadiaperti, cru della zona di Montefredane, dell’azienda Aipierti: definito dal professor Moio un “Fiano maschio”, impressiona il degustatore per l’immediatezza e l’essere diretto, la grande potenza all’assaggio e, nonostante la sapidità che fa salivare, la capacità di asciugare in maniera netta e pulita la bocca.

Morbido, con di note di nocciola tostata e miele è infine il Fiano di Avellino di Pietracupa, a Montefredane, che lo rendono equilibrato e piacevole alla beva. La degustazione prosegue con un Tognano 2016 di Rocca del Principe, un cru di vigne vecchie sul versante nord del Colle Arianello di Lapio: qui, accanto a note citrine e di floreale secco, cominciano a emergere sensazioni più eleganti e avvolgenti dovute all’evoluzione; in questo caso specifico determinante è stato l’affinamento di sei mesi in bottiglia. Il 2015 è rappresentato dai successivi due vini, in cui il colore già vira al giallo paglierino con bei riflessi dorati, ma l’invecchiamento, sempre in bottiglia, presenta per ciascuno sfumature differenti: Oinì di Tenuta Scuotto, sita a Lapio, fermenta in botte ovale alsaziana, procedimento che aggiunge una nota di noce di cocco e vaniglia al bouquet fruttato; invece Stilema di Mastroberardino, da vigneti di circa 15 anni tra Montefalcione e Manocalzati, affinato per almeno 24 mesi in acciaio e in barrique per il 10% della massa totale, ha una bella complessità che riassume tutta la gamma gusto-olfattiva del vitigno nella sua fase matura e un finale lunghissimo che sembra scomparire per poi riemergere come un piacevole ricordo.

Chiude questa memorabile serata Pietramara Etichetta Bianca 2011 dell’azienda “I Favati” di Cesinali dallo splendido colore dorato e di una complessità che spazia dalla nocciola alle spezie dolci, dalla crosta di Roquefort al curry, a testimonianza di quale livello di piacevolezza possa raggiungere il Fiano in evoluzione.

Vittoria Rosapane