ONAV Trento: il Nosiola a nord di Trento

Agli inizi degli anni ’50, quando l’85% della produzione era espressa da varietà a bacca nera, la Nosiola risultava la varietà a bacca bianca più diffusa in Trentino dopo la Vernaccia. Grazie alle indicazioni dell’Indirizzo Viticolo che ne consigliava l’impianto, oltre che nelle due zone di elezione della Valle dei Laghi e sulle colline avisane, anche “nelle parti alte” della Vallagarina, la produzione di Nosiola cresce con costanza fino ai primi anni ’70, per poi entrare in una fase discendente che forse solo negli anni più recenti pare essersi stabilizzata. Basti dire che la media di produzione dell’ultimo quinquennio, con meno di 6 mila quintali, è pari solamente a circa lo 0,5% del totale vendemmiato.

E’ senza alcun dubbio l’unico vitigno autoctono trentino a bacca bianca. Una ricerca della Fondazione E. Mach a metà degli anni 2000 in collaborazione con altri istituti di ricerca e coordinata tra gli altri da Maria Stella Grando, grazie all’analisi di 120 marcatori del DNA in grado di coprire  almeno tre regioni per ognuno dei 38 cromosomi della vitis vinifera, condotta su 1.700 cultivar della banca dati internazionale, aveva evidenziato che la Nosiola e altri vitigni trentini come Teroldego, Lagrein, Marzemino sono geneticamente unici (cioè non sono state trovate nella banca dati internazionale altre varietà con nome diverso ma aventi lo stesso profilo di marcatori del DNA), e per quanto riguarda la Nosiola (storicamente nota specie in Vallagarina anche come Gropello Bianco), come pure per il Groppello di Revò ed altre sei varietà dell’Arco alpino distribuite tra Svizzera e Piemonte, la ricerca ha registrato una parentela di primo grado con la varietà Rèze del Vallese (presumibilmente genitore piuttosto che figlio, dato che si hanno citazioni di questo vitigno fin dal ‘300), che pur in assenza di precisi riscontri archeologici, la vulgata vorrebbe discendente dalla famosa uva raetica citata da Plinio e Catullo.

Ospite della cantina LaVis Onav Trento in collaborazione con la Strada del Vino ha voluto invitare dieci produttori del Nosiola (al maschile come in Vallagarina, mentre in Valle dei Laghi è la Nosiola) delle colline avisane per un confronto sulle prospettivi e le potenzialità di questo vitigno, autentica espressione di territorio, ma che nel contempo fatica a vedere riconosciuti uno spazio e un’identità specifica.

I 14 campioni in degustazione, dall’annata 2018 al 2011 hanno evidenziato quanto già i vecchi viticoltori come Bepe Fanti di Pressano, ora novantenne, da sempre innamorato e strenuo difensore del Nosiola, sapevano da tempo: per usare l’espressione di Mario Pojer “il/la Nosiola nasce Cenerentola e con il tempo diventa principessa, anzi regina”. Un vitigno cehsi presta ad un’ampia versatilità: dalla spumantizzazione metodo charmat, alla raccolta in sovramaturazione fino all’appassimento per il Vino Santo; dalla vinificazione in bianco, alla vinificazione tradizionale in rosso, oggi per lo più sostituita da una più o meno lunga macerazione prefermentativa.

Nei vini giovani d’annata, soprattutto quando vinificati in bianco senza uso del legno, prevalgono note delicate floreali (fiori bianchi soprattutto, come nel Nosiola di Brugnara Alesandro; ma non mancano sfumature più complesse di fiori d’arancio come nell’Arlecchino bio metodo charmat dell’azienda Roberto Zeni o un accenno di petali di rosa come nel Nosiola dell’azienda Gaierhof); accompagnate da un fruttato leggero (pesca bianca ad esempio per la Nosiola di Maso Poli; anche un accenno di banana per la “Palustella” di Roberto Zeni e il prodotto della LaVis). Le sensazioni gusto olfattive si fanno più complesse quando una parte del Nosiola è affinata in legno, che evidenzia un ammandorlato finale facilmente riscontrabile in questo vitigno (“Klinger” del giovane Umberto Pilati, un’azienda che lavora ben quattro ettari di Nosiola con viti anche molto vecchie).

Già con l’annata 2017 fanno capolino le prime sensazioni minerali frutto soprattutto del rapporto che si instaura tra acido malico e tartarico, che ben si amalgano con note più evolute floreali fruttate, non più solo dovute agli esteri da fermentazione alcolica come evidenziato nei Nosiola di Pojer e Sandri, che privilegia un lavoro in iper-riduzione con solo acciao; di Fondazione E. Mach, anche qui solo acciaio con una lunga permamenza sulle fecce di fermentazione; e Cantina Bolognani, che invece preferisce dopo una vinificazione in bianco far svolgere ad una parte la fermentazione malolattica e un successivo affinamento sui propri lieviti in legno piccolo di rovere non nuovo).

Uso del legno anche per le due annate 2016 proposte nel “Corylus” di Cantine Monfort da viti di oltre mezzo secolo, e nel “Sette Fontane” bio di LaVis. La freschezza del Nosiola rimane evidente, il legno non si avverte, il prodotto acquista in complessità e persistenza. Vale a dire che il meglio di sè il/la Nosiola sembrerebbe regalarcelo se si ha la pazienza di aspettare la sua evoluzione nel tempo. Una riprova avuta anche con l’assaggio finale di un“Sette Fontane”  di LaVis del 2011, con  mela cotogna al naso e accenno di idrocarburi e pietra focaia; in bocca ampio e di una giovanile freschezza ad evidenziare come il suo capolinea sia ancora di là da venire.

Gianfranco Betta