Il rame nel biologico

Il 27 novembre è stata approvata dai U.E. la proposta di rinnovo dell’autorizzazione all’uso dei fitosanitari a base di rame (ossido, idrossido, ossicloruro, solfato tribasico e poltiglia bordolese) in agricoltura, il regolamento prevede un tetto massimo di applicazione di 28 kg/ha su sette anni, con flessibilità da un anno all’altro e la possibilità per gli Stati membri di rendere facoltativa questa facilitazione (detta anche “lissage”).

In altre parole, l’utilizzo si attesterebbe a circa 4 kg/ha annui ma, a secondo dell’annata, ci sarebbe la possibilità di aumentare l’impiego, fermo restando il tetto massimo stabilito. La normativa entrerà in vigore il primo febbraio 2019. La riduzione, secondo i legislatori, dovrebbe limitare gli effetti negativi sulla biodiversità dei suoli, nei confronti della microflora e microfauna presente, in quanto il rame è un metallo pesante e come tale non è soggetto a degradazione nell’ambiente (bioaccumulo).

L’Agenzia europea per la sicurezza degli alimenti (Efsa) ha recentemente sottolineato i rischi presenti nell’utilizzo in agricoltura dei composti a base di rame. La riduzione da 6 a 4 Kg/ha dei composti rameici coinvolge prevalentemente le coltivazioni biologiche di vite e ortofrutta e ha sollevato pareri discordanti. Coldiretti evidenza che “questa limitazione comporterebbe perdite di rese in agricoltura biologica”, posizione analoga è stata assunta dall’Efow (Federazione europea dei viticoltori con certificazioni di qualità come bio, Dop e Igp) per la quale “alcuni coltivatori biologici non saranno in grado di mantenere l’agricoltura biologica e i viticoltori utilizzeranno prodotti sintetici per mantenere le loro attività. Con una diminuzione delle dosi di rame, senza alcuna valida alternativa si fa correre un grosso rischio a questo settore”.

Per FederBio l’allarme per l’agricoltura biologica potrebbe essere sovrastimato in quanto “I produttori bio sono abituati ad una maggiore attenzione in campo e ad utilizzare tutte le possibili strategie agronomiche per contenere il ricorso ai mezzi per la difesa”. Altro parere in merito all’utilizzo del rame arriva da Assobio: “Il fatto che si possa usare non vuol dire che l’agricoltore biologico lo debba usare. Non solo. Pure chi sceglie di usare questo tipo di trattamenti deve rispettare i limiti d’impiego, i quantitativi per ettaro e via elencando.

Non dimentichiamoci poi che nel biodinamico, un settore dell’agricoltura biologica, l’impiego di pesticidi naturali è vietato e quindi non viene usato nemmeno il solfato di rame”. I prodotti alternativi al rame ci sono ma hanno effetti protettivi parziali. Un’ alternativa sarebbe nella genetica con la creazione di varietà di vite da vino più resistenti alle fitopatologie (peronospora e oidio), alle malattie e al freddo grazie all’introgressione di geni di resistenza presenti nel parentale “non Vinifera”. Una realtà che fin ora ha incontrato la resistenza dei viticoltori dell’Europa meridionale, forse, come disse in un Convegno del 2016 il prof. Scienza, “perché si tratta di viti che sopportano il freddo, elemento visto come una possibilità per sfondare nei paesi nordici”.

Inoltre, la normativa UE, per i vini a DOP, stabilisce che i medesimi siano vinificati solo con varietà di Vitis Vinifera, vietando l’utilizzo di ibridi interspecifici. Altra possibilità è l’utilizzo di prodotti naturali con capacità biocida e stimolatori naturali come ad esempio alcuni olii essenziali (es. limone e arancio), che però hanno un’efficacia variabile e necessitano di ulteriori biocontrolli (BCA dall’inglese Bio Control Agent) e miglioramenti. Di conseguenza, la via genetica può essere una strategia a medio termine, attesi anche i vincoli burocratici, nell’immediato, la riduzione delle dosi di rame sarebbe la soluzione da perseguire combinando i vari metodi di lotta coadiuvati dall’utilizzo di attrezzature dotate di appositi ugelli antideriva che evitano il gocciolamento eccessivo di liquido dalla foglia.

Alini Ezio