rosa_di_prisco_3Pomeriggio d’agosto: pigro il pomeriggio, pigro io. Il pensiero migra a una serata di tarda primavera dedicata ai tesori vitivinicoli della Campania. La sala è quella dell’Hotel Filoxenia di Trieste, “requisita” per l’occasione dall’Onav. Ritorna vivida la conduzione incalzante di Rosa Di Prisco, misto di passione e di raffinato intelletto partenopeo. Rosa, nativa di Sorrento ma naturalizzata triestina, ha ideato e realizzato l’iniziativa: sua la selezione dei millesimi, e sua la preparazione delle sfiziosità gastronomiche proposte per i curatissimi abbinamenti.

Il tema è impegnativo, stante la miriade di vini che la Campania produce. Numerosi i vitigni, autoctoni quanto antichi, spesso su piede salvo (la filossera sembra rifuggire i terreni vulcanici). Interessanti le diapositive proposte, sempre correlate da esaustive spiegazioni. A colpire, in particolare, gli impianti a “alberata aversana”, vere muraglie in cui l’asprinio cresce maritato a “tutore vivo” (olmi, faggi o pioppi) con i tralci che possono dipanarsi sino a quindici metri di altezza: vendemmie da climbers per i dorati grappoli a sfiorare il cielo.

Vini da Imperatori! In particolare il falerno, Doc ante litteram. In epoca romana il falernum, ottenuto da vitigni diversi, prendeva il nome dal territorio: le colline dell’Ager Falernus appunto (l’area, oggi in provincia di Caserta, compresa tra il Mar Tirreno e il Lazio). Gli antichi vi cercavano la verità. L’idea era che l’ebbrezza potesse trasmutare in veggenza. 

La degustazione inizia con il Falerno Bianco di Villa Matilde “Carracci” Doc 2007, ricavato da un biotipo esclusivo di falanghina denominato “Falerna”. Fermentazione e affinamento in legno di particolare grazia. Caratterizzato da spessore minerale, preciso riverbero del terreno vulcanico da cui nasce. Segue il Furore Bianco “Fiorduva” Doc 2008 di Marisa Cuomo: un classico. Terreni rubati alle gole dolomitiche della Costiera Amalfitana. Un uvaggio tutto autoctono di fenile, ginestra e ripoli. Presenti sentori di buon legno e ricca mineralità. È quindi il momento dell’Irpinia. L’altitudine e il clima affatto mediterraneo, con inverni rigidi e estati particolarmente calde, conferiscono particolare complessità ai bianchi ed eleganza ai rossi. 

A chiudere la rassegna dei bianchi un Fiano di Avellino Docg 2006 di Ciro Picariello, prodotto tra i 500 e i 650 metri di quota. Naso e palato “settentrionali” con latenze di pietra focaia e zolfo. Un vino di ricercata evoluzione. Epilogo sontuoso con due taurasi. Vini da 100% uve aglianico (il barolo del sud).

Il Taurasi “Radici” Docg 2006 di Mastroberardino. Sciropposo. Al naso ciliegia sotto spirito, ma anche tabacco. Malva e liquirizia in bocca. Più che piacevole. E ancora il Taurasi “Vigna Macchia dei Goti” Docg 2001 di Antonio Caggiano. Verticale, aristocratico, quanto bisognoso di amorevole scaraffatura. Un lento respiro in grado di effondere umori di rare conserve.

Indubbiamente gli Imperatori la sapevano lunga… sul vino!

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