Degustazioni

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Prendi la Sezione Onav di Monza Brianza, aggiungi 5 tipologie Trento DOC e mescola con la sapienza di Egidio Fusco (foto in basso): ne esce una monotematica spumeggiante servita al Loft American Bar di Monza. Questa, in breve, la storia di un successo italiano che si affianca al rinomato Champagne francese.

L’importanza del terroir

Il Trentino ha sempre prodotto vini bianchi, solitamente Chardonnay. La nascita del Trento DOC si deve a Giulio Ferrari, che nei primi del ‘900 si innamorò dello Champagne e partì per la Francia per capirne le tecniche di produzione. Tornato a Trento, comprò una piccola vigna di chardonnay e iniziò a sperimentarne la spumantizzazione. In seguito, il Duca Denari fece la stessa cosa in Oltrepò. Per l’identificazione del metodo di produzione di questi vini si scelse il nome di “metodo classico”, che oggi identifica in Italia i vini spumanti prodotti con la fermentazione in bottiglia.

Ferrari ebbe successo perché il Trentino, nella valle dell’Adige, presenta situazioni pedoclimatiche simili alla zona dello Champagne: altitudine tra 200-700 metri sul livello del mare e un clima dalle forti escursioni termiche.

Nel 1984 venne fondato l’Istituto Trento DOC, con lo scopo di promuovere e tutelare la qualità, l’origine, il metodo e la diffusione dello spumante di sicura origine trentina e ottenuto con il metodo classico champenois. Ancora oggi l’Istituto regola e controlla la produzione del Trento DOC attraverso un disciplinare molto rigido: resa massima 150 quintali per ettaro, resa in vino 70% del peso dell’uva, 15 mesi di tempo minimo di maturazione sui lieviti fino a un massimo di 25 mesi per i millesimati, un valore che si avvicina allo standard dello champagne (30 mesi).

Per produrre uno spumante si deve partire da uve bianche o nere, purché aventi buona acidità di partenza, e scegliere con strategia i lieviti più adatti per dare via ad una produzione sotto controllo ferreo dell’Istituto.

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Le due teorie dell’affinamento

Le filosofie per l’affinamento dello spumante sono due. La prima adotta una permanenza del vino sui lieviti per lungo tempo, anche 20 anni, seguita dalla sboccatura e maturazione in bottiglia per altri 2-3 anni. In alternativa, la permanenza sui lieviti può essere mantenuta per un tempo standard di 3 anni e, dopo sboccatura, viene aggiunto il liqeur d’expedition, o "sciroppo di dosaggio", la cui ricetta è segreta e diversa da produttore a produttore e permette di ottenere diverse versioni zuccherine del prodotto (da>50 g/l per lo spumante dolce fino a <3 g/l per il Pas dosè, o dosaggio zero) In seguito, avviene la tappatura, il lungo affinamento in bottiglia, dove avviene la rifermentazione del vino a 7-14 gradi. Il lievito, in questo caso, lavora molto più lentamente e deve resistere all’alcol, alle basse temperature e all’anidride carbonica che si forma.

Cosa accade ai sentori del vino? Se mantengo a lungo il vino sui lieviti in assenza di ossigeno, certi sentori caratteristici del vitigno saranno solo minimamente modificati, come la sua freschezza; nell’altro caso, invece, i sentori risulteranno più morbidi, rotondi sprigionando, per nominarne alcuni, di frutta cotta, cacao, fico secco, caffè, mandorla e crosta di pane .

La differenza nel prodotto finale starebbe nell’aggiunta del liqeur d’expedition, secondo dati di una ricerca condotta di recente all’Università di Reims.. Lo studio dimostra come l’anidride carbonica presente nel vino agisce sullo zucchero del liqeur d’expedition (fruttosio d’uva) attraverso la caramellizzazione delle proteine, un insieme di reazioni simili alla nota reazione di Mayard.

I vini della serata

- Trento DOC, Dosaggio Zero Oro Rosso - Cantina di Cembra. Uve chardonnay in purezza, sboccatura 2012 (la data di sboccatura è obbligatoria per i vini non millesimati). Composto per la maggioranza di chardonnay, ha un profumo fresco con una leggera nota di croste di pane che dichiara la presenza di lievito. Muovendo il bicchiere esce un sentore di fruttato, di uva, che invoglia a bere. In bocca ha la giusta acidità e note di buccia di limone. L’anidride carbonica è gradevolmente apprezzabile e si ritrova quando l’agrume cede il posto ad una punta di mandorla amara e crea un richiamo allo stomaco di volerne ancora. Il corpo manca, come del resto accade in un prodotto a dosaggio zero.

- Trento DOC 2007, Millesimato - Rotari – “Alperegis”. Uve chardonnay in purezza, 48 mesi sui lieviti, sboccatura 2013. Al naso è fruttato, gradevole, agrumato, dove la classica nota di banana cede il posto alla mela. In bocca è un po’ grasso, probabilmente perché è ottenuto da uve molto mature, morbido e leggermente amaro, l’anidride carbonica è più equilibrata. Molto gradevole e beverino, risulta più persistente del prodotto precedente.

- Trento DOC 2008, Brut Millesimato Altemasi. Uve chardonnay in purezza, sboccatura 2012. Sentore di banana, quella piccola, che non risulta quindi stucchevole. È ricco, elegante, leggermente balsamico per le note di erbe officinali. Si ritrova il pane dato dai lieviti. In bocca, al contrario, decade, è piatto, melassoso e dolciastro. Sembra, inoltre, che presenti un eccesso di liqeur rispetto a quanto stabilito per la classificazione a Brut.

- Trento DOC 2007, Millesimato - Cesarini Sforza. Uve chardonnay e pinot nero, sboccatura 2012. Sentori di banana e mela acerbe, con un leggero sentore di fumè che non porta con sé la vaniglia, tipica della barrique, quindi spiazza e cattura allo stesso tempo. L’anidride carbonica è anch’essa equilibrata.  In bocca è prepotente e asciutto, grazie alla convivenza perfetta tra giusta acidità e tannini. Le note di balsamico coronano l’estrema eleganza di questo prodotto, che ricorda moltissimo lo Champagne della Marna o delle montagne di Reims, a conferma del buon lavoro di Ferrari.

- Trento DOC 2004, Millesimato- Ferrari. Blanc de blanc chardonnay, sboccatura 2012. Al naso è così piacevole da non voler smettere di ricercare la nota di mandarino che predomina, accompagnato alla spezia, fine, pulito che chiude con un vago sentore di lievito. La corrispondenza bocca-olfatto c’è, rivela un’acidità elegante e caratteristica, sebbene abbia poca persistenza.

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Venerdì 19 aprile nel padiglione Crespi della Fondazione Istituto della Provvidenza di Ghemme la sezione Onav di Novara ha organizzato una serata di degustazione con due dei più interessanti vini rossi del Trentino: il Marzemino e il Teroldego.Relatore alle slide Giuliano Musetti (nella foto in basso). Guida alla degustazione Alberto Sebastiani

C’è chi definisce il Trentino: una verde farfalla nel cuore dell’Europa che cela fra le pieghe del territorio i tanti sapori della sua autenticità. È una delle aree più organizzate per il turismo in Italia e vanta prodotti d’eccellenza nel campo enologico e gastronomico; il turista che si reca in Trentino vi trova un’accoglienza splendida.

Trova ad esempio le sette strade dei vini e dei sapori; sette percorsi geografici che, seguendo l’enogastronomia, disegnano delle particolari aree, ne potenziano e insieme tutelano le specificità, mettendo in rete risorse umane, culturali e tecnologiche ed aiutando i piccoli e medi produttori a difendere un lavoro portato avanti da tempo con forza ed amore in un territorio a volte faticoso da gestire perché in gran parte montano, sempre con un occhio di riguardo verso il rispetto ambientale.

I vini trentini sono tra i più apprezzati d’Italia. Vini bianchi fermi o spumantizzati, che non temono il confronto con i francesi, ma anche vini rossi di eccelsa qualità come il Marzemino e il Teroldego.

Il vino più rappresentativo della Vallagarina è sicuramente il Marzemino gentile che trova le sue espressioni più alte nelle due sottozone di Isera e dei Ziresi a Volano.

Un'antica città sul Mar Nero, Merzifon, non lontana da Troia, sarebbe stata la "culla" del mitico vitigno diffuso poi dagli esuli di quelle terre, dopo la decennale contesa di Troia, in paesi lontani, compresi quelli che si affacciano sulle rive dell'Adriatico. Al di là delle leggende, aleatorie quanto suggestive, la tesi storicamente più condivisa sostiene che il nome del vino derivi da Marzimin, villaggio della Carinzia dove la prelibata bevanda sarebbe nata.

Il Marzemino arriva in Trentino probabilmente agli inizi del XV secolo durante la dominazione veneziana di Rovereto. Tradizione vuole che siano stati i soldati della Serenissima a portare alcune pianticelle del vitigno, da Marzimin. E se lo stesso vigneto raggiunse anche altre zone italiane dominate dalla repubblica veneta, è giusto sottolineare come grazie all’ottima esposizione, alle temperature e alla qualità dei suoli lagarini, in Trentino ottenne fin da subito notevoli risultati.

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Già nel ‘700 era uno dei vini più apprezzati sulle tavole austriache: la stessa famiglia imperiale ne era una grande estimatrice. e la “consacrazione” agli onori giunge nel Don Giovanni di Mozart! La famiglia Lodron, residente ad Isera, produceva questo vino e ebbe l'onore di ospitare il giovanissimo Mozart che di quel soggiorno ricordò in particolare la bevanda deliziosa che Don Giovanni, nell'omonima opera, celebrerà durante la famosa scena del banchetto: "Versa il vino, eccellente Marzemino!".

I grappoli presentano dimensioni medio grandi e raggiungono la piena maturazione tra la fine settembre ed primi di ottobre. Il vino di un bel colore rosso rubino tendente al violaceo, con sfumature che arrivano ad una densa tonalità di blu. Vivace e brillante di aroma soavemente gentile si caratterizza per i profumi fruttati e floreali, fragranze che richiamano frutti di bosco e in particolare della viola mammola. In gioventù è ricco di acido malico con una conseguente nota di freschezza piuttosto elevata. Dopo la fermentazione malolattica si ingentilisce diventando più morbido, rimanendo tuttavia piacevolmente fresco. Gli studi pedologici hanno messo in luce come il Marzemino ottenga la sua massima espressione sia in terreni ricchi di basalto, come nella zona di Isera, sia in terreni ricchi di argilla, come nella zona dei Ziresi a Volano. Di corpo medio, abbastanza caldo, equilibrato nei sapori e abbastanza persistente, si rivela essere un vino fine ed armonioso che si sposa bene con alcuni piatti della tradizione culinaria trentina quali i salumi, le lumache, le grigliate miste di carni di maiale e di lucaniche trentine. Un vino di alto lignaggio artistico, sempre presente sulle tavole di dogi ed imperatori.

Il sapore è secco ma non manca di una sua morbidezza, gradevolmente vellutata. La gradazione alcolica minima è di 11°. La temperatura di servizio è di 14-16°. Molti ritengono che l'abbinamento ideale del Marzemino sia con la polenta di mais e funghi, ma sono davvero tante le pietanze con le quali l'ottimo vino si armonizza magnificamente: brasati di vitello o pollame allo spiedo, pesce, ma anche primi piatti con funghi, lasagne verdi o tortelloni.

Oltre al Trentino è presente in Veneto, Lombardia, Friuli ed Emilia. non a caso ha molti sinonimi: Bassamino, Barzemin, Berzamino, Berzemino, Marzemina, Marzemino gentile, Marzemino d'Istria, Capolico, ecc.

L'Acerbi, nel 1825, indicava 8 biotipi di Marzemino. Attualmente i biotipi esistenti sono raccolti in due grandi gruppi, le cui differenze sono rilevabili grazie alla presenza o meno di tomento (peluria) nella pagina inferiore della foglia, per le caratteristiche del rachide (erbaceo o legnoso), dalla consistenza della bacca e dallo spessore dell'epidermide. I due gruppi sono rappresentati dal Marzemino gentile o comune e dalla Marzemina o Marzemina padovano. Ha foglia media, pentagonale e trilobata, più raramente con 5 lobi accennati; grappolo lungo, cilindrico-piramidale con una o due ali, mediamente compatto; acino medio, sferoidale, buccia sottile ma consistente, con molta pruina, di colore blu-nerastro. durante il periodo estivo, tutta la vegetazione assume una colorazione rosso violacea. È un vitigno che trova il suo habitat naturale in terreni calcarei argillosi o basaltici, ben esposti e riparati, non molto fertili; è molto sensibile all'oidio, alla botrite e al marciume acido, mentre resiste abbastanza alla peronospora.

Il Teroldego rotaliano è un vino a denominazione di origine controllata (doc) prodotto con uve Teroldego in provincia di Trento. La denominazione è stata autorizzata con dpr 18 febbraio 1971 e successive modifiche. L'origine del nome potrebbe derivare o dall'uva Terodola o dal tedesco Tiroler gold e cioè oro del Tirolo.

La piana rotaliana

La piana rotaliana comprende i comuni di Mezzolombardo, Mezzocorona, San Michele all’Adige, Roveré della luna, Nave San Rocco, Faedo, in una visione allargata rispetto ai confini geografici e storici della più vasta pianura del Trentino alto Adige/Südtirol.

Secondo Aldo Gorfer, il territorio rotaliano “…s’interna, disegnando un enorme triangolo tra le bastionate rocciose del m. Fausiór (m 1550) a mezzogiorno, del m. Monticello (m 1857) a settentrione, con vertice alla gola della Rocchetta e base all’Adige. In tal modo il piano presenta una continuità con la valle atesina stessa dando luogo a un tratto di pianura lunga circa sei chilometri e larga tre…”. Gorfer comprendeva nel “piano rotaliano” solo i centri di Mezzocorona, Roveré della luna e Mezzolombardo. Nave San Rocco, Grumo, San Michele all’Adige e Faedo rientravano nella valle dell’Adige.

La piana rotaliana rimase legata al principato vescovile di Trento dal 1004 al 1803. Nell’ambito ecclesiastico le prime testimonianze, del XII secolo, documentano l’esistenza di una pieve di notevole estensione, con centro a Mezzocorona. Comprendeva i paesi di Roveré della luna, Favogna/Fennberg, Magré/Margreid, Grumo, Nave San Rocco, Zambana vecchia, Fai della Paganella e Mezzolombardo; all’inizio della loro storia anche Cortina all’Adige/Kurtinig e Penone/Penon, frazione di Cortaccia/Kurtatsch appartennero alla Pieve di Mezzocorona. Successivamente avvennero dei distaccamenti: rimasero legate a Mezzocorona le curazie di Grumo e Roveré della luna. il 10 giugno 1608, invece, il principe vescovo di Trento separò Mezzolombardo dall’antica chiesa matrice e costituì la parrocchia omonima, comprendente Nave San Rocco, Zambana vecchia e Fai della Paganella. Nella zona esistevano la giurisdizione tirolese di Mezzocorona e la propaggine settentrionale della pretura esterna di Trento, di competenza vescovile, che interessava Mezzolombardo. Recentemente nei confini della piana rotaliana sono stati inclusi centri come Faedo e San Michele all’Adige, appartenenti, a rigore, ad altri bacini della regione, per motivi geografici e storici. in passato erano parte della giurisdizione di Montereale/Königsberg, confinante con quella di Mezzocorona in corrispondenza del fiume Adige.

Lo storico Paolo Dalla Torre nel 1905 sottolineava che “L’ambiente vero del teroldego è il Piano del noce specialmente a Mezolombardo e Mezocorona; per quanto il Teroldego sia coltivato anche in altre posizioni; ma il piano del noce, fatto dalle alluvioni del torrente si confà ad esso molto più dei terreni di collina. Nel piano del noce poi la migliore posizione è quella lungo il vecchio alveo del torrente.”. Qualche riga più avanti lo studioso specificava: “La fortuna del piano del noce sta in due cause: nella qualità del suolo anzitutto e in secondo luogo nella selezione dei vigneti fatta dagli agricoltori. il suolo del piano del noce è costituito da potenti strati di alluvioni prevalentemente calcaree trasportate dal torrente. Queste alluvioni sono ottime e per gli elementi nutritivi che forniscono alla pianta e per le speciali condizioni d’ambiente climatico che ad essa in causa della loro penetrabilità creano nel sottosuolo. L’opera dell’agricoltore, che, per una serie di favorevoli circostanze, fu diretta con ben precisi criteri di economia rurale, valse a operare nel piano del noce un’ottima selezione dei tipi.”. Oggi si pensa alla piana rotaliana come alla zona vocata per la coltivazione della vite, il Teroldego in particolare, anche se questa percezione è una immagine storicizzata, come se qui la coltivazione della vite abbia avuto sempre un ruolo di primo piano. In realtà l’immagine storica della più vasta pianura della regione riserva delle sorprese: in passato, infatti era molto diffusa la coltivazione del gelso e la coltura promiscua. La vite aveva il proprio spazio, ma non il monopolio. le prime notizie della presenza della viticoltura a Mezzolombardo risalgono al 1231, quando si parla di terreni coltivati a vite nelle località “Pasquari” ed “Enticlar”. Fra il 1540 e il 1543 compare inoltre il toponimo “alle teroldeghe”. In realtà pare sia arrivato in Trentino dal Veronese (zona del lago di Garda) dove era conosciuto come Tirodola, dal sistema di impianto con tutori denominati tirelle. Per altri sia l’origine che il nome sarebbero invece da far risalire al Tirolo. comunque se ne hanno notizie documentali certe solo dall’inizio del XIX secolo.

Alcuni sinonimi:

Teroldego rotaliano, Teroldigo, Teroldega, Teroldico, Tiroldico.

L’analisi del dna ha rivelato caratteristiche genetiche comuni al Lagrein, al Marzemino e al Syrah, antichissimi vitigni di origini medio-orientali.

Caratteristiche ampelografiche

La foglia è grande, pentagonale e trilobata; il grappolo è medio-grande, allungato e piramidale, talvolta cilindrico, a volte alato, mediamente compatto; l’acino è di media grandezza, rotondo, con buccia di colore nero bluastro, spessa, coriacea e molto pruinosa. La produttività è elevata.

Il vino

Dalle uve Teroldego si ottiene un vino di colore rubino carico con riflessi porpora; il profumo è vinoso, e si possono percepire odori di viola e lamponi, ma anche di ciliegie e mandorle; il gusto, secco, è strutturato, poco tannico, piuttosto acido, non molto alcolico.

Rientra nelle doc: Casteller, Teroldego rotaliano, Trentino, Valdadige.

Nel corso della serata si sono degustati:

1-     Trentino DOC Marzemino 2012 – Vilar

2-     Trentino DOC Marzemino 2011 Vigna Capitello  – Vallarom

3-     Trentino Marzemino Superiore DOC 2010 Ziresi Maso Salengo

4-     Teroldego Rotaliano DOC 2010 Kettmeir

5-     Armílo Teroldego Vigneti delle Dolomiti IGT - Bolognini

6-     Granato Teroldego Vigneti delle Dolomiti IGT – Foradori

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Nell’ultima decade di marzo si è tenuta a Ghemme nel salone Crespi della Fondazione Istituto della Provvidenza una serata di degustazione di Pinot Nero delle delegazione Onav, che ha visto la presenza di due protagonisti dello scenario enologico piemontese: il dr. Luigi Bertini, enologo di fama e direttore commerciale di alcune prestigiose aziende, e il dr. Claudio Roggero direttore enologo dell’Azienda Castello di Neive.

Tra tutti i vitigni a bacca rossa presenti al mondo il Pinot Nero (o Pinot Noir alla francese) è considerato uno dei più nobili. È d’obbligo un confronto con il Nebbiolo con il quale rivaleggia in termini di nobiltà. L’acino tondo, la pruina, la conformazione del grappolo (anche se più piccolo quello del Pinot rispetto al Nebbiolo), la colorazione del vino, sono caratteristiche che creano la similitudine tra i due vitigni.

Si narra della sua presenza in epoca romana, ma storicamente trae origine dalla Borgogna, patria francese di grandissimi vini, dove è alla base di grandi crus della zona, tra i più famosi al mondo. È presente significativamente nella regione della Champagne, in particolare sulla montagna di Reims. In questi ultimi anni lo si coltiva anche aldilà dell’oceano in Oregon e in California. In Italia ne ritroviamo due qualità: una adatta alla vinificazione in nero e l’altra invece più adatta alla vinificazione in bianco

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Sono ben 79 le denominazioni (Doc  e Docg) prodotte in Italia con il Pinot Nero, diffuso principalmente in Franciacorta, Oltrepò Pavese, Trentino, Veneto Friuli e Alto Adige dove assume la denominazione di “Blauburgunder”; in quest’ultima regione è presente dalla prima metà dell’800 ed oggi circa 600 aziende vinificano Pinot Nero su oltre 300 ettari di vigneto per una produzione annua che supera i 17.000 ettolitri (dati 2008). Non mancano coltivazioni di questo vitigno anche nelle Langhe, dove troviamo i primi impianti italiani, e in Toscana.

La vinificazione in rosso dà un vino di colore rubino non molto marcato dal caratteristico profumo di piccoli frutti rossi (ribes principalmente, ma anche mora e lampone). Si adatta particolarmente all’invecchiamento in piccole botti (barrique).

La vinificazione in bianco, con macerazione senza contatto con le bucce, consente di ottenere un vino considerato la miglior base per la produzione degli spumanti ed in particolare dello Champagne.

La degustazione del Pinot Nero si presenta particolarmente complessa e varia sensibilmente di annata in annata, anche nelle zone più vocate. Mediamente si riesce ad ottenere un’annata ottima ogni cinque vendemmie. Lo caratterizza una giusta armonia piacevole al palato. Meno aggressivo del Nebbiolo, può essere invecchiato alcuni anni mantenendosi gradevole e sufficientemente fresco.

Il dr. Bertini dopo l’interessante relazione sull’origine e la coltivazione del vitigno protagonista della serata, ha presentato il dr. Roggero. Insieme hanno poi guidato la degustazione di sei vini prodotti esclusivamente con Pinot Nero: ottimi vini provenienti dalle zone più vocate per la produzione di tale vitigno, due francesi e quattro italiani:

Piemonte Pinot Nero Brut DOC 2009 - metodo classico - Castello di Neive Az. Agr. di Italo Stupino - Neive (CN)

Alta Langa Alasia Rosè Brut DOC 2007 Il Cascinone - metodo classico - Araldica Vini Piemontesi - Castelboglione (AT)

Hautes Cotes de Beaune 2007 Appellation Bourgogne - Domaine Parigot - Burgundy, France

Alto Adige Pinot Nero DOC 2010 Saltner - Kellerei Kaltern - Caldaro (BZ)

Appellation Gevrey Chambertin - Pierre André 2007 – Château de Corton André - Aloxe Corton (Borgogna)

Langhe Rosso i Cortini DOC 2009 (Miglior Pinot nero italiano secondo la guida “2000 vini”) - Castello di Neive Az. Agr. di Italo Stupino - Neive (CN)

La prossima serata di degustazione è programmata per il 19 aprile; si degusteranno i vini prodotti da due varietà di vitigni trentini: il “Marzemino” e il “Teroldego”.

Per maggiori informazioni: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. o tel.335285121

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È stata la seconda volta che ho sentito un vignaiolo definirsi un contadino. La prima volta ero ad Oslavia, frazione di Gorizia, e uno dei vignaioli più noti della zona, Josko Gravner, sorridente ma severo, più volte corresse la mia ostinazione nel volerlo chiamare vignaiolo o peggio ancora produttore di vino. “Sono solo un contadino”, mi diceva, ”che lavora la terra nel rispetto del suo naturale equilibrio”.

Era chiaro che non c’era offesa nelle mie affermazioni, ma era altrettanto chiaro che qualcosa mi sfuggiva; l’inflessibilità e la fermezza delle sue parole, seppur col sorriso, indicavano qualcosa di più profondo che era radicato nella sua persona e nella sua stessa vita. Non avevo capito il senso di quelle parole perché mi ero limitato solo a ciò che vedevo, all’aspetto più superficiale, che affascina sì ma è solo una parte, la minima parte, di quello che è realmente Oslavia. Ciò che non avevo capito è che ad Oslavia, i vignaioli e la terra sono intimamente uniti, rappresentano una realtà unica e indissolubile, sono parti di un solo corpo! Tutto questo, però, mi è divenuto chiaro a distanza di tempo, quando mi sono trovato di fronte a sei giovani vignaioli, dei contadini, come hanno precisato loro stessi, fondatori dell’Associazione Produttori Ribolla di Oslavia.

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Durante la serata di degustazione organizzata da Onav Bologna e guidata dal delegato Davide Gallia e da Gigi Brozzoni (nella foto), direttore del Seminario Permanente Luigi Veronelli e autore del libro “Ribolla gialla Oslavia. La parte invisibile di un vino”, sei giovani viticoltori friulani hanno guidato i numerosi partecipanti in un mondo pressoché sconosciuto: Oslavia. Quasi come in un racconto fantastico, la descrizione di Oslavia introdotta da Gigi Brozzoni e arricchita dai sei giovani produttori, raccontava di una terra dalle origini remote, dove le tradizioni e le storie di un popolo sono annodate saldamente alla coltivazione della vite. La vite, l’uva, il vino hanno da sempre rappresentato qui un segno di rinascita, di speranza, di libertà. Lo è stato quando l’emigrazione verso la Svizzera sottraeva a quella terra i giovani migliori e lo è stato ancor di più dopo i fatti della Grande Guerra, che, ancora vivi nella memoria, hanno visto su quella piccola linea di confine il teatro degli scontri più cruenti del conflitto. La vite e l’uomo, un’unione arcaica che ha accompagnato il popolo friulano in tutte le pagine della sua storia, che ha permesso sempre di ritrovare la strada da cui ripartire e che oggi rivive in un vitigno, divenuto un emblema, un sigillo in cui il passato e il futuro s’incontrano: la Ribolla Gialla. Un’uva antica dal grappolo piccolo e dal colore alabastro. Un’uva “paziente”, che si fa attendere per la vendemmia e che sopporta lunghe macerazioni prima di cedere la sua anima più autentica. Un’uva dritta, schietta, orgogliosa proprio come quei giovani contadini di Oslavia che avevo di fronte. Un’uva, quell’uva, che da almeno otto secoli custodisce la cultura della fratellanza di due popolazioni da sempre vicine, anche quando la Grande Guerra imperversava cruenta per la difesa dei confini nazionali.

Di fronte a quei giovani contadini si è capito chiaramente che non è banale fare un viaggio ad Oslavia; visitare quelle cantine scavate nella ponca, comprendere i racconti dei vignaioli, intrisi di storia, sofferenza e voglia di riscatto. Capire la cordialità garbata e naturale di un popolo che da sempre è eletto guardiano di frontiera. Ma può essere inutile fare un viaggio ad Oslavia se prima non si impara a conoscere l’anima di quei vignaioli, la spontaneità dei loro gesti, la genuinità dei loro sorrisi, la sicurezza del loro sguardo, se quei vignaioli, non li si considera come dei contadini nel significato più nobile del termine, di colui che rispetta e custodisce la terra; se non dopo aver capito che tutta l’essenza di quel popolo è custodita in quei vini complessi, dagli aromi particolari che ricordano la mineralità di un terreno millenario. In quei bianchi lungamente macerati dai colori carichi che sanno d’antico. In quei vini che col tempo esprimono la stessa saggezza e la stessa autenticità racchiuse nei racconti dei quei sei giovani contadini di Oslavia che, con semplicità, raccontavano a tutti noi il loro mondo.

DOC Collio Ribolla Gialla 2011 – Fiegl

Colore giallo oro con sfumature che ricordano lo zafferano, questa ribolla è proposta in versione giovanile per mantenere vivo il ricordo del frutto. Limpida, unghia poco brillante, buono il corpo. Al naso è subito floreale, balsamica con spiccate note di acacia. Un agrume di buona maturazione misto ad un tropicale vivace danno vita ad un bouquet pulito e netto. L’ingresso in bocca è marcato da una buona freschezza che scivola su una nota dolciastra: la fermentazione malolattica e l’arrotondamento in tonneau per un anno rendono più vellutato un ingresso altrimenti disarmonico. Sapidità, mineralità, leggera astringenza e una gustosa nota di scorza di limone caratterizzano una bocca asciutta e un gradevole finale di media persistenza.

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Ribolla Gialla 2009 – Il Carpino

Uve accuratamente selezionale da una vigna di trent’anni, oltre tre anni dalla vendemmia ma questa ribolla conserva ancora intatti i colori del grappolo. Si presenta con un colore dorato carico con leggeri riflessi ambrati. Denso, corposo, lacrime fitte e lente. Il profumo è intensamente agrumato con tenui note candite. Sentori di fiori appena appassiti; evidenti sono il rosmarino e la salvia. In bocca l’acidità è lampante. Seguono note marcatamente sapide, minerali e speziate. A bocca pronta si apprezzano maggiormente gli aromi agrumati amalgamati a note erbacee e ad un tannino rotondo che gli conferisce l’astringenza giusta per un piatto tipico della tradizione goriziana come il Boreto.

IGT Venezia Giulia Ribolla Gialla 2009 – Princic

Un sistema di vinificazione antico: circa quaranta giorni di macerazione in tini aperti e tre anni di affinamento in botti di rovere; poi, forse, in bottiglia! Ne risulta un vino dal colore ambrato carico, quasi terracotta; corposo; velato per l’assenza di filtrazione. Note di salvia e aromi iodati si combinano ad una leggera vaniglia a dare un naso ampio e avvolgente. L’ingresso in bocca è dritto; freschezza e note che ricordano la salamoia si combinano a frutti tropicali e agrumi canditi. Tannicità, mineralità e aromi con note ossidative lasciano una bocca asciutta e caratterizzano un finale di lunga durata.

Ribolla Gialla 2008 – Primosic

Sebbene nel colore e nella corposità questa ribolla ricordi molto il vino precedete, al naso è completamente diversa. Intensa e marcata è la nota agrumata; nuance di arancia candita, frutta tropicale, chiodi di garofano e riferimenti balsamici sono ben armonizzati a dare un naso ricco e ampio. La bocca è molto fresca e sapida; ritorna la nota balsamica del naso che ricorda l’alloro, la salvia, il rosmarino. Frutta secca e riferimenti minerali caratterizzano il finale lungo che si accompagna a note dolciastre che ricordano il miele.

DOC Collio Ribolla Gialla 2007 – La Castellada

Questa ribolla comincia a mostrare i segni del tempo! Colore tendente all’aranciato, limpido, con discesa di glicerolo molto lenta. Alle prime ossigenazioni sprigiona un naso intenso, fitto, complesso. Fiori appassiti, frutta matura, profumo di miele. L’ingresso in bocca è dapprima verticale, fresco, vivace. Dopo qualche secondo si amplificano gli aromi in un bouquet che ricorda un frutto candito, la resina, il miele, il mou. Il tannino, seppur morbido, è presente e guida un retrogusto agrumato e durevole.

Ribolla Gialla 2006 – Radikon

Questo è un vino molto particolare, estremo! Dopo la fermentazione, rimane a contatto con le bucce almeno tre mesi, e poi? Altri quaranta mesi in botti di rovere. Il risultato è un vino dai colori ambrati e caldi che ricordano il tramonto. Velato, corposo, denso quasi oleoso. Ripetute ossigenazioni, fanno emergere note dolciastre, quasi da passito, combinate con sentori muschiati, frutta candita e camomilla. Una disarmonia nel bouquet evidenzia sentori solforati, ma questo è un vino in evoluzione e gli aromi sono destinati ad equilibrarsi tutti. Molto marcata l’acidità. In bocca è sapido, minerale, tannico. Speziato, note balsamiche, legnose e di frutta candita completano un gusto complesso che si prolunga in un finale molto persistente.