Piccole e grandi storie di vitigni italiani

boca produttori

Il 10 maggio scorso, presso la Sede della Sezione ONAV di Verbania, il Wine Bar “SottoSopra” di Baveno, si è tenuta una serata di degustazione dal titolo “Il Boca Doc…la rinascita di un grande vino dell’Alto Piemonte”. La serata, condotta dal delegato di Verbania, Mario Negri, ha riscosso un grande successo, con la partecipazione di oltre 50 persone e altre venticinque che hanno dovuto rinunciare in quanto era stata raggiunta la capienza massima consentita dal locale.

boca pattono

Ha presentato la serata e guidato la degustazione Alberto Pattono (nella foto), scrittore biellese e massimo esperto dei vini dell’Alto Piemonte, il quale con la sua competenza e professionalità ha fatto scoprire ai presenti un vino poco conosciuto, ma di altissimo livello e con enormi prospettive di invecchiamento che ha fatto “innamorare” un po’ tutti.

Il Boca rappresenta la DOC più piccola in termini di superficie dell’Alto Piemonte, ma allo stesso tempo forse la qualitativamente più grande. E’ frutto di un terroir capace di distinguersi per la qualità e tipicità dei suoi vini grazie ai suoi terreni vulcanici, aridi e molto acidi. Si è quindi andati alla scoperta di questo pregiato vino piemontese, che ha spesso sfoderato delle annate di eccezionale qualità. Un evento a cui è stata presente la quasi totalità dei produttori, che hanno parlato del loro vino, e dei segreti di questo magnifico prodotto del Piemonte settentrionale:

La degustazione è partita dalle annate più recenti, 2008 e 2007, arrivando alla fine a far degustare due annate particolari, 1990 e 1987. Questo ha permesso di capire agli assaggiatori Onav soprattutto le potenzialità di invecchiamento di questo vino.

Nella foto in basso il vice delegato Onav di Verbania, Paolo De Carlini ed alcuni produttori del Boca

Questi i vini “passati” all’assaggio della serata:

Cantine Rogiotto di Boca - Boca DOC 2007 e Boca DOC 2008

Conti Cantine del Castello di Maggiora - Boca DOC 2007 "Il rosso delle donne" e Boca DOC 1987

Le Piane di Boca - Boca DOC 2007 "Le Piane" e Boca DOC 1990 "Antonio Cerri"

Azienda Agricola Terrini di Maggiora - Boca DOC 2007

Tenuta del Boca di Boca - Boca DOC 2008 "Vignacastello"

Podere ai Valloni di Boca - Boca DOC 2005 "Vigna Cristiana" e Boca DOC 2001 "Vigna Cristiana"

Azienda vitivinicola Sergio Barbaglia di Cavallirio - Boca DOC 2008

boca de carlini

 

 

Sebbene come quantitativo di vino prodotto sia superata dalla confinante Romania, l'Ungheria è considerata il principale produttore vitivinicolo dell'Europa orientale. Questo perché, nonostante i passi da gigante che sta compiendo la tecnica enologica degli altri paesi dell'Est, lo stato danubiano presenta di gran lunga i vini di qualità migliore, tutelati da una legislazione vitivinicola tra le più antiche del mondo. In particolare, la terra dei magiari è molto famosa per la produzione del Tokaj, un grande vino passito ottenuto, così come il blasonatissimo Sauternes francese, da uve colpite da una particolare muffa detta "marciume nobile".

Scientificamente si tratta della Botrytis cinerea, lo stesso fungo che provoca la cosiddetta "muffa grigia", una patologia della vite temutissima dalla maggior parte dei viticoltori in tempo di vendemmia. Perché il famigerato fungo evolva favorevolmente, occorre la presenza di condizioni climatiche particolari; in generale, è necessaria un'alternanza tra periodi di nebbie, che permettono lo sviluppo del fungo, con diversi giorni di sole e caldo per consentire l'appassimento dell'acino.

Ma cosa succede all'interno degli acini durante questo periodo? Innanzitutto, il fungo non si nutre solo degli zuccheri dell'uva, ma soprattutto dei suoi acidi; la Botrytis cinerea è infatti in grado di degradare l'acido tartarico, principale acido dell'uva. Il metabolismo di questo fungo, inoltre, comporta la scomparsa di alcuni aromi varietali dell'uva, ampiamente "compensati" dalla formazione di altri, di cui il principale è il sotolone, che conferisce profumi che ricordano il caramello, il miele e la canfora portando in secondo piano i sentori fruttati.

Durante il periodo termicamente più caldo e secco, si ha una forte evaporazione dell'acqua presente nell'uva e un conseguente aumento della pressione osmotica che provoca la morte del fungo; se questa fase climatica "secca" non accadesse probabilmente il marciume "nobile" degenererebbe nella muffa grigia temuta da tutti i viticoltori, danneggiando in maniera irrecuperabile l'uva. Questo fa capire come mai non siano molto comuni le zone vitivinicole dove si utilizza questa particolare forma di appassimento: è necessario un clima particolare e con la presenza di tutte le fasi sopraccitate.

La zona di produzione del Tokaj, severamente delimitata già nel diciottesimo secolo, si trova all'estremo nord-est dell'Ungheria, al confine con la Slovacchia. L'ambiente è prettamente collinare, con suoli di tessitura sabbioso-argillosa posti su un sottosuolo di rocce di origine vulcanica. Come molte grandi scoperte, quella del Tokaj è avvenuta grazie a circostanze fortuite; la leggenda narra che negli anni intorno al 1650, un attacco dell'esercito dell'Impero Ottomano, che allora controllava gran parte dell'Europa sud-orientale, aveva tenuto gli uomini occupati in guerra impedendo la vendemmia nei tempi normali. Una volta respinti i turchi, quando i viticoltori tornarono nelle loro case si ritrovarono quasi tutto il raccolto ammuffito. Tuttavia non si persero d'animo e decisero di tentare ugualmente di fare il vino, sotto il consiglio dell'abate Máté Szepsi Laczkó, uno dei primi enologi della zona. Se ne ottenne un vino dolce e concentrato dal sapore impareggiabile, tanto che il religioso pensò di tagliarlo con del vino dell'anno precedente, ottenendo il primo Tokaj.

grappoloDopo la sua nascita fortuita, il Tokaj ha ottenuto un successo sempre maggiore; era considerato un vino adatto esclusivamente alle mense dei nobili e dei re. Perfino un personaggio noto per il suo nazionalismo come Luigi XIV, a cui venne regalata una bottiglia di Tokaj, lo definì assaggiandolo "il re dei vini, il vino dei re". Ma fu soprattutto in Russia che questo vino ottenne un grandissimo favore presso le classi più agiate, tanto che gli Zar mantennero in Ungheria un presidio militare permanente per assicurare la fornitura di vino; non a caso, quando l'Ungheria nel 1848 si rivoltò contro i dominatori austriaci, i russi intervennero immediatamente in aiuto di questi ultimi per sedare la rivolta, probabilmente temendo di restare senza vino!

Come quasi tutto il resto d'Europa, l'Ungheria nella seconda metà del diciannovesimo secolo dovette fronteggiare l'arrivo della fillossera; tuttavia proprio in questo paese vennero effettuate numerose ricerche volte a sperimentare l'innesto della vite europea su vite americana. Portainnesti ancora in uso oggi portano i nomi di eminenti scienziati come Teleki e Kober, che contribuirono fortemente alla ricostruzione della viticoltura magiara ed europea.

Una curiosità: con lo smembramento dell'Impero austroungarico nel 1920, finita la prima guerra mondiale, il distretto Tokaj-Hegyalja, che comprende la zona di produzione di questo vino, venne divisa tra due stati neonati: Ungheria e Cecoslovacchia; ancora oggi. in una ristretta zona della Repubblica Slovacca si può produrre Tokaj. Dopo un lungo periodo di decadenza di questo vino, dovuto alle politiche produttive del periodo comunista, dove si privilegiava la quantità a discapito della qualità, il ritorno all'economia di mercato e i forti investimenti stranieri (in particolare di importanti case vinicole francesi) hanno fatto sì che si privilegiasse nuovamente la qualità, riportando questi vini agli antichi fasti.

I vitigni di partenza da cui si ottiene questo vino sono il Furmint, varietà che conferisce una buona freschezza e che concorre per circa il 55%, l'Harslevelü, varietà leggermente aromatica che generalmente costituisce circa il 40% dell'uvaggio, mentre la restante parte è rappresentata dal Moscato Otonel. Di norma la vendemmia si effettua tra metà ottobre e metà novembre, in modo da avere in vigneto un'alta percentuale di acini botritizzati. La vendemmia per le uve destinate alla produzione del Tokaj Aszù, che raggruppa le tipologie più pregiate, viene eseguita con particolare cura in modo da scegliere gli acini col marciume nobile, lasciando indietro le uve "intatte" che verranno poi raccolte in un secondo momento per produrre il Tokaj Szamorodni (parola che significa letteralmente "così come viene"). 

La vinificazione del Tokaj Aszu è particolare e molto laboriosa; prima di tutto le uve (ma sarebbe meglio dire gli acini), vengono fatte sgrondare, senza nessuna pressatura, e si raccoglie il mosto, che essendo la frazione di qualità più elevata prende il nome di eszencia. La vinificazione di sola eszencia, senza l'assemblaggio con altre frazioni di mosto, molto rara peraltro, da origine a un vino dolce dai profumi eccezionali.

Le uve botritizzate vengono triturate con l'utilizzo di macchine particolari, ottenendo una "pasta", che in passato veniva aggiunta a un vino bianco secco tramite l'utilizzo di gerle dette puttonyos ognuna delle quali rappresenta un'aggiunta di 25 chili di pasta. La quantità di pasta aggiunta all'interno delle botti da 136 litri utilizzate abitualmente permette di classificare i Tokaj in funzione della concentrazione zuccherina. Si va da un minimo di tre puttonyos a un massimo di sei, per i prodotti più dolci e pregiati. Inoltre ogni puttonyos aggiunto rappresenta per legge anche un anno di affinamento in botte prima della sua commercializzazione.

Malgrado tutte le differenze che possono esserci tra questi prodotti, alla degustazione presentano sempre dei tratti comuni, come il colore giallo dorato intenso, i profumi molto evoluti di albicocca, datteri, miele e agrumi e la sua struttura piena con retrogusto molto complesso. Questi vini possono conservarsi anche per oltre 30 anni senza che le loro caratteristiche organolettiche ne risentano.

Esiste anche una versione detta Tokaj Szamorodni, meno pregiato rispetto al precedente ma non meno interessante, ottenuto da una ordinaria vinificazione in bianco per pressatura diretta di uve non botritizzate. Questo deve passare un periodo di affinamento di almeno due anni in fusti di legno scolmi dove subisce un invecchiamento "ossidativo" simile a quello effettuato con il metodo Soleras per vini come Sherry e Marsala. Di questo vino esiste sia la versione secca (Szàraz), che quella abboccata (Edes). 

Questi vini presentano una maggiore freschezza rispetto al loro cugino blasonato e note ossidate più marcate, sono però piacevolmente "mandorlati" al profumo . Inoltre, con un affinamento in bottiglia maggiore, la versione Edes tende a diventare simile al Tokaj Aszu, senza però raggiungerne la complessità e la "potenza". Dopo anni di decadenza, il "re dei vini vino dei re" è di nuovo salito su un trono degno del suo rango e si spera che torni a deliziare il palato di un numero sempre maggiore di estimatori.

terolfergoOrmai sono anni in cui il Teroldego gode di magnifica considerazione nel popolo dei bicchieri rotanti. I caratteri fruttati e speziati, la vena floreale accattivante, hanno elevato il livello di attenzione di questa produzione localizzata nella Piana Rotaliana che Goethe a fine ‘800 definiva “il più bel giardino vitato d’Europa”. E tutti i torti non li aveva: la bellezza paesaggistica di questo scorcio d’alto Trentino è indiscutibile. E ovunque, a perdita d’occhio, il colore del momento è quel blu violaceo che pende dalle classiche pergole trentine, con il profilo a y, inclinate in modo tale da lasciar liberi i grappoli di essere lavorati e trattati nel modo più opportuno.Interessante constatare che la maggior parte di queste vigne non ha un'età precisa. Sullo stesso filare si alternano ceppi di età diversa come a voler seguire un costante e graduale processo di rinnovamento della vigna, con sesti di impianto estremamente ampi tra i filari ma molto fitti tra le piante, con l’alternanza delle esposizioni. Quella che potrebbe sembrare una sovrapproduzione in vigna, in realtà, è relativamente limitata dai produttori che perseguono strade di maggior ricchezza e concentrazione del frutto, con l’infittimento estremo del filare. Ma il disciplinare della Doc Teroldego Rotaliano prevede pur sempre 17 t/ha di produzione, quantità adeguata all’area vitata, al sistema di allevamento e ai sesti di impianto, ma meno alla ricchezza di estratto e alla concentrazione che sembra essere diventata l’ambizione di diversi produttori locali.

 

moscatodinovoliinappassimentoUno dei vitigni più interessanti  ma al tempo stesso poco considerati in Puglia è il Moscatello Selvatico, ritenuto autoctono in provincia di Bari, dove per secoli ha nobilitato aromaticamente le produzioni dei vini bianchi secchi dei contadini concedendosi non occasionalmente anche a produzioni di affascinanti vini dolci naturali. Una produzione e una tradizione praticamente persa, con il solo CRSA di Locorotondo che continua a far sopravvivere questa tradizione proponendo micro vinificazioni  che ogni anno non cessano di stupirmi. Una rapida scorsa tra le produzioni italiane di vini dolci naturali mi evidenzia che, paradossalmente, l’unica produzione accertata di vini doc ottenuti da questo vitigno si ottiene delle zone più nobili della produzione vitivinicola italiana, ben distante dalla provincia di Bari: il Moscadello di Montalcino Doc.  

Gianni De Luca, dinamico enotecario di Novoli, mi propone l’assaggio di un bel negroamaro “come natura crea” dei Fratelli Guerrieri di Novoli. Tra una chiacchiera ed un assaggio mi parla dell’antica tradizione della Focara di Novoli, questo immenso falò che commemora Sant’Antonio Abate nelle seconda metà di gennaio: durante questa sagra è uso accompagnare la visita alla focara ad un assaggio del vino simbolo dell’evento che ormai non esiste più sostituito da vini che emulano i fasti di quel mitico Moscato di Novoli. Un moscato secco, molto accattivante, non filtrato. Una chiacchiera ancora e spunta fuori che i Fratelli Guerrieri ne producono ed imbottigliano una modestissima quantità non superiore a 140 bottiglie del moscato dolce. L’assaggio non mi lascia dubbi, i miei sensi mi dicevano che quel vino ha in se il moscatello. A quel punto la visita dai Guerrieri è un obbligo.Giungo presso la piccolissima cantina posta giustappunto di fronte alla focara che pian pianino i contadini erigevano con le fascine che ormai erano alte cinque o sei metri. Ricordo di aver già conosciuto i fratelli in un tempo lontano, tra una lezione ed una degustazione. Scopro solo ora due ragazzi determinati ed appassionati per la vigna, il vino e per le tradizioni del territorio.  Accendere la miccia della passione di Antonio è questione di un attimo, una esplosione che si trasforma in un fiume in piena. Non mi resta che raccogliere le sue parole e proporvele.

“Il moscato di Novoli, conosciuto localmente col termine dialettale  muscateddhra (moscatella ) è un clone di moscatello selvatico, dal quale differisce però per alcuni caratteri ampelografici. E’ stato sicuramente introdotto dai coloni greci  come nelle restanti regioni italiane meridionali,  i quali portarono con sé  i semi o i tralci per poterlo coltivare nelle colonie della Magna Grecia.  Il perché si sia diffuso a Novoli più che altrove è da rintracciare in due cause:
1) La particolarissima natura dei terreni di tipo alluvionale asciutto (caratteristica che Novoli condivide con Arnesano, Monteroni e parte di Carmiano) che con il giusto grado di umidità davano alla pianta quel tanto che le bastava per vivere e produrre senza darle troppo “succo” da produrre maggiori quantità ma con minori concentrazioni terpeniche.
2) La natura stessa del vitigno, molto avaro nel concedere frutto e la difficoltà di ottenere il vino passito ne hanno fatto in passato un vino di nessun interesse economico ma adattissimo per le sue eccezionali qualità per  essere tenuto come vino  per i momenti di festa familiare e per gli ospiti di riguardo .

A Novoli è da sempre il vino da offrire ai pellegrini che nei giorni dei festeggiamenti del  Santo Patrono S. Antonio Abate vengono a visitare il Santuario e si soffermano poi a ristorarsi intorno alla Fòcara (della quale trovate notizie in abbondanza anche su Wikipedia, ndr ) con un bicchiere di moscato. Un altro aspetto che ha contribuito a rendere particolare il prodotto  è stato l’innesto di questo moscato  su  porta-innesti  Berlandieri x Riparia 157. Con l’avvento  della fillossera nelle zona di Novoli si optò per questo portainnesto che aveva dimostrato buon adattamento alla natura dei terreni e ottima compatibilità d’innesto con i vitigni autoctoni di interesse commerciale quali il negro amaro, la malvasia nera di Lecce e il Primitivo. Il matrimonio tra 157 e moscatello è stato invece, per così dire, problematico. Il moscato attecchiva su questa barbatella ma diventava ancora più avaro nel fruttificare producendo al più 2-3 grappoli spargoli per pianta , ma come i contadini dovettero constatare, di eccezionali caratteristiche organolettiche. Motivo sufficiente per mettere il vitigno ancor di più in secondo piano rispetto agli altri coltivati ma mai da abbandonare del tutto. Nessuno si sarebbe sognato di impiantare un ettaro di moscato, ma parimenti nessun produttore si privava della possibilità di avere per sé e i suoi ospiti, almeno 50 piante di questo vitigno.

Negli ultimi decenni il vitigno è quasi scomparso. Personalmente, con un pizzico di vanità, se me lo concedi,  credo che il fatto che esista ancora sia in buona parte merito di nostro zio Pasquale Guerrieri. In anni non sospetti, di fronte all’evidenza del fatto che stava  scomparendo questo tesoro naturale e con esso la consuetudine di offrirlo ai visitatori della festa di S.Antonio ha svolto nei vecchi  vigneti di Novoli la ricerca delle marze di moscatello (che spessissimo si trovavano in coltura promiscua con altri vitigni) fino a reimpiantarne un piccolo appezzamento mono-varietale. Per oltre dieci anni  lo ha venduto durante i festeggiamenti tenendo vivo nei  visitatori il ricordo di questo prodotto. Noi abbiamo “ereditato” da lui le marze per il nostro piccolo appezzamento e siamo oggi l’unica cantina che lo produce”

vinsanto1Il vin Santo di Gambellara, unico di questa tipologia in Veneto, é ritornato ad essere il vino dell’ospitalità e soprattutto della pazienza grazie al percorso di  riscoperta e di miglioramento che il  Consorzio tutela Vini doc Gambellara ha deciso di iniziare a partire dalla campagna vinicola 2004. Nell’incontro dal titolo "Progetto di miglioramento dei processi di appassimento e di lavorazione delle uve e caratterizzazione del Vin Santo di Gambellara" tenutosi  presso la Cantina Vignato Virgilio di Gambellara si é parlato dei primi risultati. 

L’Università di Verona ha isolato il lievito che lo caratterizza e che verrà chiamato Zygosaccharomyces Gambellarensis per legarlo indissolubilmente con il territorio di origine, mentre il Dipartimento di Biotecnologie dell'Università di Verona ha illustrato lo studio fatto sulle cinetiche di appassimento e sulla loro influenza sul prodotto finale, sulla presenza della muffa nobile Botrytis cinerea nelle uve e sull'identificazione di un profilo sensoriale condiviso del Vin Santo. Il Vin Santo di Gambellara, doc dal 1970,  viene prodotto con l’uva autoctona Garganega in purezza, anche se il disciplinare permette di aggiungere il 20% di altri vitigni non aromatici. Le uve dopo la raccolta vengono messe ad appassire appese nella tradizionale forma di “picai” (i grappoli vengono legati sino a formare delle lunghe collane) in locali che devono essere ben areati. La pigiatura avviene durante la Settimana Santa quando gli acini hanno perso gran parte del loro contenuto in acqua. La resa massima delle uve deve essere inferiore al 40%, questo significa che da 100 chilogrammi di uva si possono ottenere al massimo 40 litri di Vin Santo. Il mosto viene trasferito in piccoli caratelli che vengono conservati nelle “vinsantiere” per almeno due anni. Questi locali sono normalmente i sottotetti, i granai o le mansarde che sono sottoposti a significative escursioni termiche. 

Il Vin Santo si presenta di un bel colore giallo ambrato, profumo intenso di frutta secca e frutta candita. In bocca é dolce, pieno, persistente con buona acidità. La zona di produzione, che confina ad ovest con quella del Soave, comprende i comuni di Gambellara, Montebello Vicentino, Montorso Vicentino e Zermegheso. La produzione é limitata a 7 produttori che nel corso del 2008 hanno prodotto circa 6 mila bottiglie.

cathusLa  Comunità Montana Valchiusella, Valle Sacra e Dora Baltea Canavesana ha organizzato, a novembre 2010 a Colleretto Castelnuovo, paese montano dell’Alto Canavese in Provincia di Torino, un convegno sullo “Chatus”, antica cultivar della zona. Vitigno transfrontaliero  minore presente sia in Francia che in Piemonte, è  tra i più diffusi dell’arco pedemontano e montano piemontese dalle Alpi Marittime  alla Val d’Ossola. Nel Cuneese e Saluzzese è detto Nebbiolo di Dronero (con la Barbera è genitore dell’Albarossa - incrocio ottenuto dal Prof. Dalmasso nel 1938), nel Canavese: Brachét, nel Pinorolese: Bourgnin o Neiret, in Val Susa: Brunetta e in Francia: Chatus, dove un tempo era diffuso dalle Alpi al Massiccio Centrale, oggi è presente con alcuni impianti in Ardèche e Savoia.

Nel 2009 nell’ambito del’attività di sperimentazione e divulgazione per il miglioramento qualitativo dei vini di montagna, finanziata dalla Provincia di Torino, sono state realizzate delle vinificazioni sperimentali del vitigno “Chatus” di cui sono stati divulgati i risultati della ricerca.

La Dott.ssa Pressenda ha spiegato perché è stato chiamato “Chatus” in quanto era già iscritto al Catalogo Nazionale dei Vitigni in Francia e di conseguenza è stato più facile ottenere l’iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà in Italia.

L’intervento del  Dott. Rolle è iniziato con una precisazione su autoctono, raro e minore. Chiarendo che la definizione più appropriata per i vitigni  come lo Chatus sarebbe minore o raro poiché è improprio definirlo autoctono in assenza di certezze sull’origine. Ha poi spiegato che DI.VA.PRA ha studiato le potenzialità enologiche di 50-60 cultivar individuandone solo alcune atte a produrre del “buon vino” e tra queste c’è lo Chatus. La sperimentazione è quindi proseguita vinificando tali uve nella Cantina Sperimentale Bonafous a Chieri per avere certezze scientifiche sulle sue attitudini enologiche.

Successivamente Il Dott. Hoke, Responsabile delle vinificazioni della Cantina Sperimentale, ha  spiegato le ragioni per cui lo Chatus è un vitigno meritevole di attenzioni. Pur non essendo  un grande accumulatore di zuccheri, ha una composizione polifenolica, molto interessante con presenza di antocianidine. La percentuale degli antociani è molto spinta verso i composti stabili (trisostituiti) e di conseguenza i vini hanno colori molto intensi, viola, e molto persistenti. Altro punto di favore è la possibilità di vinificarlo in uvaggio con altri vitigni come per esempio il Nebbiolo.

Ha concluso il P. A.. Pelizza, con l’analisi ampelografica dello Chatus: caratteristiche e potenzialità in vigna. Vitigno molto sensibile alla grandine ma con grandi qualità, attecchisce molto facilmente, facile da allevare (produce anche sulle gemme basali) e abbastanza resistente al marciume. Essendo molto produttivo per avere vini di qualità bisogna avere il coraggio di “buttar giù l’uva in eccesso”. Ha poi ribadito che un ottimo uvaggio, per produrre vini interessanti, è Chatus-Nebbiolo. Il Nebbiolo, in questa area, ha colori particolarmente poco intensi che possono essere  compensati dall’apporto di materia colorante  dello Chatus. 

La manifestazione si  è conclusa con la degustazione dei due vini, accompagnati da formaggi tipici della zona, il salam ‘d patata (salame tipico canavesano) e da confetture.

I vini:

-  Chatus vinificato in purezza dalla Cantina Sperimentale Bonafus. Vino caratterizzato da un bel colore viola intenso, profumi leggermente speziati  e frutta matura (susina, mirtillo), nota  leggera vegetale. In  bocca ampio, con una giusta acidità, abbastanza lungo, molto piacevole.

-  Chatus-Nebbiolo prodotto dalla Az. Agr.Caretto Loris Livio di San Giorgio C.se con la consulenza dell’Enologo Maurizio Forgia. Vino, prodotto da uve provenienti da un vigneto ubicato sui 500 metri, dai colori meno intesi del precedente, granato con riflessi leggermente mattonati, profumi più complessi spezie (pepe e cannella) con note di frutti maturi,  in bocca l’apporto tannico del nebbiolo ne fa un vino elegante, fresco e piacevole con una buone potenzialità di evoluzione nel tempo