Lambrusco e Champagne: il diavolo e l’acqua santa!

Lambrusco e Champagne: il diavolo e l’acqua santa, una serata divertente quanto istruttiva, a Milano, teatro di una sfida a colpi di calice fra Daniela Guiducci, splendida rappresentante dello Champagne, e Sergio Scarvaci, eroico difensore del Lambrusco. Entrambi delegati nazionali e provinciali delle rispettive sezioni, di Monza l’una e di Modena l’altro, e docenti di comprovata bravura, hanno condotto una spumeggiante lezione a tema bollicine, articolata in due parti:  una breve esposizione storico-geografica ed enologica dei rispettivi vini da difendere e successivamente una degustazione alla cieca di quattro champagne e quattro lambruschi, suddivisi in due sessioni, a dimostrazione di quanto sia difficile distinguerli quando si tratta  di vino di qualità.

Una bella chiacchierata di oltre due ore in cui Daniela e Sergio, tra frecciatine e stoccate, hanno coinvolto i partecipanti in una sfida sensoriale, invitando i presenti ad abbandonare i preconcetti e a prestare attenzione ai piccoli indizi, disseminati qua e là nel corso dell’ esposizione, che sarebbero stati di grande utilità per individuare con certezza la tipologia dei vini serviti.

Molto cavallerescamente la parola è stata data prima al Lambrusco, vino bistrattato e tenuto in poca considerazione in quanto legato al binomio alta resa e basso costo; esistono una quindicina di tipologie diverse di vitigno Lambrusco, ma la pianta originaria è l’antica Labrusca Vitis citata da Plinio. Nonostante secoli di produzione e consumo, è soltanto nel 1863 che il Lambrusco entra a pieno titolo nel panorama enologico grazie a Francesco Aggazzotti, ricco possidente appassionato di agricoltura e uomo politico attivo nella nascente Italia unita, e al suo trattato “Sulla fabbricazione del vino Lambrusco Modenese”; qui vengono fornite indicazioni, dettate dall’esperienza sul campo, su come ottenere un lambrusco di alta qualità: la vendemmia a mano, la selezione acino per acino, con delicatezza, la fermentazione lenta e relativo controllo delle temperature. Tali pratiche sono tuttora valide e sistematicamente applicate nella produzione di Lambrusco di qualità come dello Champagne.

Tra le varie tipologie di Lambrusco, è stato infatti scelto per la serata quello di Sorbara vinificato in purezza che, per le sue caratteristiche di coltivazione, produzione e organolettiche, più si avvicina al competitor d’Oltralpe e insieme al Grasparossa di Castelvetro può essere considerato il prodotto di una sorta di cru dell’Emilia: stiamo parlando di una zona tra Sorbara e Castelvetro, fra il fiume Secchia e il Panaro, che per la conformazione geologica di terreni molto sciolti, ricchi di calcare e sabbia, produce vini sapidi, taglienti e acidi, ma dai profumi eleganti nel caso del Sorbara in purezza, con una nota floreale e non fruttata che vira verso la viola, sentori selvatici e tendenti alla frutta secca col passare del tempo, oltre a pochissimo tannino.

Se la breve storia del Lambrusco ha catturato l’attenzione della platea su una realtà nota solo ad appassionati e addetti ai lavori, l’excursus in Champagne ha incuriosito ancora di più in prospettiva della degustazione imminente perché, nonostante differenze di vitigno, geografiche e climatiche, molte sono le analogie: dall’utilizzo del metodo classico o meglio champenoise, a caratteristiche organolettiche di freschezza, acidità e sapidità date anche dal terreno calcareo.

Di antica tradizione vinicola, con documenti scritti di interesse enologico risalenti al 1600, tale regione vanta anche una classificazione qualitativa risalente al 1700 che suddivide il territorio in Grand Cru, Premier Cru e Cru périphériques, che costituiscono il 70% della produzione di champagne.

Per gli Champagne in degustazione sono stati scelti tutti Pinot noir in purezza, per evidenziare alcune analogie con il vitigno Lambrusco: nato da un incrocio spontaneo tra Meunier, ancestrale caratterizzato da tomentosità o peluria delle foglie, e Traminer, il Pinot ha quindi l’ 80 % del suo DNA proveniente da viti di origine selvatica, anche se originarie del medio bacino del Reno.  Le sue caratteristiche organolettiche sono quindi note selvatiche, frutto rosso, corpo, struttura e potenza notevoli, ma sempre vellutati; importante è il dosaggio zuccherino che influisce molto sulle percezioni gustative.

Il trucco sta comunque nel chiudere gli occhi e concentrarsi sui sentori del vino perché il colore bianco potrebbe essere fuorviante nel riconoscimento del Pinot noir vinificato in bianco. A seguire sono stati serviti alla cieca un primo gruppo di quattro vini, generalmente indicati come blanc de noirs, ma che includevano due lambruschi:

Lambrusco Metodo Classico Pas dosé, Gavioli: estremamente complesso al naso, con note di agrumi, liquirizia e pasticceria, facilmente confondibile con uno champagne.

Champagne Coessens Brut Nature, Coessens Largillier, Côte de Bar: di grande sapidità, descrittore tipico della zona di provenienza, all’apertura sentori lattici e di crosta di formaggio dati dai 48 mesi sui lieviti, che si evolvono poi in una gradevolissima crema pasticciera;

Champagne Brut , Pierre Brigandat & Fils, Côte des Bar : avvolgente, morbido e vellutato;

Christian Bellei, VSDQ Brut, 2015, Cantina della Volta: all’unanimità confuso con uno Champagne per la sua  finezza, eleganza e complessità.

La seconda batteria di vini consisteva in quattro vini rosè, di cui due Lambruschi e due Champagne rosé de saignée; qui indizio determinante è stato il colore perché lo Champagne di Pinot noir da salasso presenta un colore rosato intenso, mentre la vinificazione rosata del Lambrusco è molto delicata e di sottrazione. Inoltre gli Champagne scelti provenivano da due zone in cui la sapidità non è descrittore preponderante, oltre al fatto di avere sentori molto fruttati perché in Champagne i salassi effettuano anche due giorni di macerazione carbonica e successivamente passano alla vinificazione con metodo champenoise.

Quindi per esclusione facilmente si individuavano i Lambruschi, primo e terzo nell’ordine del secondo servizio:

Ring Adora, Lambrusco di Sorbara DOP, Brut Nature Metodo Classico Rosé, 2015, Podere Il Saliceto: dai richiami fruttati di fragolina di bosco e di grande mineralità;

Champagne Jean Velut Rosé Brut, 2012, Montgueux, Aube : da vigne di oltre 40 anni su suolo gessoso, molto fruttato, 8 gr/lt di residuo zuccherino, pieno, rotondo e caldo;

Lambrusco di Sorbara DOC, Metodo Classico Rosé 2014, Cantina della Volta: dall’acidità tagliente che viene stemperata in bocca dalla struttura importante e che per finezza ed eleganza non ha nulla da invidiare a uno Champagne, con il benestare di Daniela;

Champagne Geoffroy, Rosé de Saignée, Brut Premier Cru, 2013: siamo sulla riva destra della Marna, terreno scosceso con esposizione sud/sud-est, dove il Pinot noir matura prima, effettua macerazione a cappello sommerso in tini aperti, con caratteristiche note di china e rabarbaro.

Una splendida disfida conclusasi in parità, a giudizio unanime dei partecipanti, e con il brindisi natalizio a base di un Lambrusco come vuole la tradizione, cioè rosso scuro, con tanta spuma e dolce, ovvero Puntamora, Lambrusco Grasparossa di Castelvetro DOC, Az. Agricola Tenuta Pederzana.

Vittoria Rosapane

Con la preziosa collaborazione di Lucrezia Vaccaro e le foto di Marco Salari