Le eccellenze enologiche del Trentino premiate dalle Guide

Analizzando dieci Guide vini edizione 2019 tra le più diffuse a livello nazionale, compresa ovviamente Prosit, sono 73 le diverse referenze di vini trentini premiate con il massimo delle valutazioni previste dalle singole Guide.Si tratta di 27 vini rossi, dove il Teroldego con 12 referenze raccoglie la quota più elevata; 24 spumanti Trentodoc e 22 vini bianchi, che presentano una gamma di varietà piuttosto ampia, con però la Nosiola (5 referenze) e il frutto del suo appassimento, il Vino Santo (4 referenze), a esprimere la maggiore presenza. 

Nell’insieme si tratta di un numero relativamente alto di varietà, ma che solo in modo molto parziale esprime le cultivar maggiormente coltivate in Trentino. Ad esempio il Pinot Grigio da solo garantisce un terzo dell’intera produzione annua ma non si segnala alcuna presenza di questa varietà nei vini citati dalle Guide come espressione di eccellenza. Così pure lo Chardonnay con i suoi 370 mila quintali (pari al 28% dell’uva raccolta nell’ultima campagna) solamente per poco più di un quarto è impiegato per la produzione di Trentodoc e come vino fermo se ne trova un’unica citazione tra i premiati delle Guide, peraltro come blend unitamente al Sauvignon. Una sola menzione nelle Guide anche per il Müller Thurgau, la terza varietà maggiormente presente in Trentino con poco meno del 10% del totale.

Onav Trento ha voluto organizzare due serate dedicate ai vini premiati dalle Guide, adottando come criterio di selezione la presenza della medesima referenza in almeno due Guide. In totale 20 referenze, di cui 11 Trentodoc, a riprova di come sempre più l’offerta alto di gamma del Trentino si identifichi con il suo metodo classico. La prima serata è stata dedicata ai nove vini diversi dal Trentodoc: si tratta di cinque Teroldego Rotaliano doc, indice della crescente importanza rivestita da questa varietà nel riuscire più di altre, per i rossi, ad esprimere l’eccellenza trentina, e due vini di taglio bordolese; in chiusura due campioni di Trentino doc Vino Santo.

Tutti i vini sono stati presentati dai rispettivi produttori. I primi due Teroldego Rotaliano doc sono dell’annata 2015. Il “Clesurae” della Cantina Rotaliana di Mezzolombardo da vecchie viti a pergola doppia nella Piana Rotaliana, con produzione castigata,fermenta in tini di rovere francese e matura in barrique nuove per almeno due anni per un prodotto in cui si avverte la nota balsamica del legno unitamente ad una tannicità importante con evidenti note di caffè, che vorrebbe richiamare un gusto internazionale. Il “Vigilius” presentato da Giulio de Vescovi della cantina De Vescovi Ulzbach, da uve selezionate a guyot e in minor misura da vecchi vitigni a pergola capaci di garantire maggiore struttura, maturato anch’esso in barrique e tonneaux privilegiando legni nuovi ma con un passaggio anche in recipienti di clayver (botti in ceramica che garantiscono una microossigenazione ma non danno cessioni come il legno), si presenta con tannini levigati, con note fruttate e un’evidente dolcezza in bocca.

Gli altri tre Teroldego dell’annata 2013, un’ottima annata sia per quantità che qualità. Il Riserva “Luigi” della Cantina Dorigati di Mezzocorona presentato da Paolo Dorigati, nasce da uve di viti con portainnesti deboli e sottoposte ad un leggero stress idrico; dopo una lunga macerazione post-fermentativa per quasi un mese, un successivo passaggio in barrique e acciaio e un lungo affinamento in bottiglia per esaltarne l’eleganza. Più che il colore, di cui il Teroldego è ricco di suo, in questo caso si ricerca la concentrazione tannica, che però risulta ottimamente fusa con un fruttato di amarena e note di cioccolato fondente con leggero retrogusto di caffè. Il “7 Pergole”  della Cantina Villa Corniole di Giovo, presentato da Maddalena Nardin, è fermentato in acciaio a temperatura controllata relativamente bassa per un  rosso (ca. 27°C); barrique di primo e secondo passaggio e utilizzo anche in questo caso di clayver per non snaturare il fruttato proprio del Teroldego: un vino strutturato, suadente in bocca e con ottima persistenza.

Da ultimo il Vigneti delle Dolomiti igp  “Gran Masetto” della Cantina Endrizzi di San Michele all’Adige, con il 50% delle uve sottoposte ad appassimento in celle refrigerate, alla temperatura di 10 gradi e successiva fermentazione con follature e rimontaggi, per circa 1 mese e poi affinamento per circa 20 mesi in barrique con alcuni mesi di bottiglia: ampio al naso, con effluvi di rumtopf e confettura di prugne, caldo e dall’ottima tannicità in bocca. Il primo dei due vini bordolesi, il Vigneti delle Dolomiti igt San Leonardo 2014 della Tenuta San Leonardo di Avio, introdotto da Fulvio Rimini, per un classico che ha sempre saputo esprimere l’eccellenza di un taglio bordolese fin dalla sua nascita nel 1982. Al tempo stesso riconoscibile nella particolare sottile nota vegetale conferitagli dal Carménère, varietà  da sempre presente in azienda, che si accompagna ad un fondo di dolcezza fusa con una tannicità importante e buona freschezza.

Il Vigneti delle Dolomiti igt Rosso Faye 2013 dell’Azienda Agricola Pojer e Sandri di Faedo, metà Cabernet Sauvignon e il rimanente in parti uguali Merlot, Cabernet Franc e Lagrein ha come modello il taglio bordolese dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, il Castel San Michele Rosso, nato nel 1958. Un vino elegante, ricco di struttura, con note fruttate e speziate inseme, capace di resistere al tempo, la cui genesi e affinamento sono stati ampiamente spiegati da Mario Pojer.

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In chiusura due Trentino Vino Santo doc, un vino “popolare”, per usare l’espressione di Stefano Pisoni, perchè da sempre presente in tante case della Valle dei Laghi come corroborante e vino medicamentoso per soggetti debilitati. “Emblemi d’amor” 2006  della  Distilleria Giovanni Poli di Santa Massenza nasce da uve che dopo 6 mesi su graticci di canne, le “arele”, come ha spiegato Graziano Poli, sono pigiate e torchiate. Fermentazione per tre anni in acciaio e un affinamento pluriennale in piccole botti non tostate con travaso annuo. Un effluvio di fiori d’arancio, frutta candita, miele di zagara e ginestra; fresco e per niente stucchevole dalla persistenza lunghissima. Così come il Vino Santo 2004 della Cantina Pisoni di Pergolese, che matura dieci anni in barrique di acacia e in acciaio. Un vino dal colore ambrato, che rimanda un’immagine di densità, quasi si dovesse masticare quella sensazione avvolgente di fichi secchi, datteri e uva passa.

Gianfranco Betta