Masterclass Lambrusco

Di quale sia l’areale produttivo del vino Lambrusco, molti ne hanno un’idea quasi certa, ma di cosa sia un Lambrusco e con quale uva venga prodotto è forse una sorpresa ancora per molti consumatori, perché non esiste una singola varietà “lambrusco”, bensì un’ampia gamma di varietà, ognuna con specifiche caratteristiche ampelografiche ed attitudini enologiche.

La Masterclass sul Lambrusco tenutasi domenica 22 Aprile, presso la kermesse di ONAV, Lambrusco a Palazzo (San Benedetto Po (MN)), è stata l’occasione per raccontare storia, aneddoti e tipicità di questo eclettico vino.  Ebbene, sotto la parola “Lambrusco”, in realtà si celano tante tipologie di vino (rosso, rosato, bianco, frizzante, spumante, amabile, secco, novello… talvolta pure fermo o da uve stramature), di diverse zone produttive (in primis, Modena, Reggio Emilia, Mantova, Parma, ma non solo), da varietà in purezza o – frequentemente – da uvaggio di diverse varietà. Detto ciò, si suggerisce di parlarne sempre al plurale, “Lambruschi”.

Queste varietà di uva sono discendenti dirette da Vitis silvestris che hanno sviluppato un rapporto quanto mai stretto con l’attuale territorio d’eccellenza, perché i terreni sono spesso di origine alluvionale come lo era l’ambiente d’elezione in cui cresceva la V.silvestris nelle ere passate e perché il clima locale garantisce una completa maturazione delle uve; nonostante i tentativi di imitazione, o le recenti minacce di adottare la denominazione “lambrusco” al di fuori dei territori attualmente vocati, si può serenamente affermare che i lambruschi non possono fare a meno della loro attuale zona di sviluppo e produzione.

Attualmente sono 13 le cultivar registrate nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite che portano la parola Lambrusco, ma – nei vigneti delle principali province di produzione (Modena e Reggio Emilia su tutte), son tuttora presenti alcune decine di varietà minori che hanno contribuito alla storia passata. Ad oggi, le varietà principali sono L.Salamino, L.Maestri, L.Sorbara, L.Grasparossa, L.Marani, L.Viadanese, L.Oliva, ma se ne possono citare altre in fase di recupero e nuova diffusione (L.Montericco, L.Barghi, Grappello Ruberti, Fogarina, ecc) ed – ancor di più – custodite in pochi vigneti e spesso confuse con altre.

Se la provincia di Modena, grazie al prezioso lavoro svolto nel XIX sec. da Francesco Aggazzotti, ha intrapreso la via dei vini ottenuti, per lo più, da varietà in purezza (L.Sorbara/L.Salamino/L.Grasparossa) perché ognuna di esse caratterizza una zona specifica, la provincia di Reggio Emilia si caratterizza per vini ottenuti da uvaggio di più varietà, sovente in associazione con cultivar che non rientrano nella famiglia dei lambruschi, soprattutto Ancellotta. Pure la provincia di Mantova sposa la filosofia degli uvaggi, con base ampelografica diversa dal reggiano per la  presenza di L.Viadanese e Grappello Ruberti, mentre Parma produce quasi esclusivamente lambruschi da L.Maestri. La tipologia di vino lambrusco più conosciuta è il “frizzante”; nel vissuto di molti consumatori è un vino amabile, salvo poi scoprire che nelle zone di produzione è largamente più diffusa la versione “secco”. I lambruschi sono vini che vanno letteralmente a nozze con tutta la gastronomia tipica della Pianura Padana, dai salumi, alle paste ripiene, fino alle torte secche, passando per le pietanze di carne rossa, ribadendo un’ampia versatilità anche nel consumo finale.

In punta di piedi, senza troppo clamore, i lambruschi sono vini che incuriosiscono e non si vogliono mai rendere banali, anzi, per scoprirne il vissuto e le tante sfaccettature, se ne consiglia fortemente una visita in loco, dove l’accoglienza è di casa.

Silvio Oliva

foto di Lorenzo Bracci