ONAV Trento conoscere alcuni PIWI. Vini rossi (seconda parte)

La seconda parte della serata organizzata da Onav Trento dedicata ai vitigni resistenti (“PIWI”) si è concentrata sui vini rossi, alcuni già in commercio, altri un’autentica anticipazione perché in attesa di autorizzazione all’impianto dopo la pluriennale fase di sperimentazione in campo.Tutti frutto di microvinificazioni effettuate dalla Fondazione Edmund Mach, che segue un rigido protocollo standard per tutte le varietà a bacca nera: pigiadiraspatura dell’uva raccolta; fermentazione alcolica in locale termocondizionato a 20°C per cinque giorni con follature giornaliere; pressatura e stoccaggio in piccoli recipienti di vetro; travaso dopo tre giorni per eliminare le fecce grossolane; inoculo di batteri lattici per favorire la malolattica; leggera solfitazione e in febbraio imbottigliamento previa filtrazione fine.

Il primo vino proposto un Prior figlio anch’esso di Norbert Becker dell’Istituto di Ricerca di Friburgo, ottenuto nel 1987 da un incrocio complesso (J.S. 234-16 x Bl. Spätburgunder) x [(Merzling x (Zarya Severa x Blazer St. Laurent)], caratterizzato da giusta tannicità e sentori molto particolari che richiamano un blinis di grano saraceno. E poi un Cabernet Cortis (messo a punto ancora da Norbert Becker nel 1982 da un incrocio di Solaris x Cabernet Sauvignon, di cui ne ricorda le caratteristiche), assaggiato in una doppia versione microvinificata della Fondazione Mach, frutto di due diversi areali: il primo morbido caratterizzato da avvolgenti profumi di ciliegia e viola proveniente dalla Stazione Sperimentale della FEM al Navicello in Vallagarina e il secondo invece più fresco e di minore equilibrio, proveniente dalla Valsugana, un’areale posto ad una quota più elevata e con temperature medie stagionali più basse. Grazie alla cantina storica di Palazzo Roccabruna si sono potute confrontare queste due microvinificazioni con un Cabernet Cortis del 2012 (il “Naran” dell’Azienda Agricola Pravis, 13,5% vol.) elevato in rovere, con evidenti note speziate e di peperone che ricordano il Cabernet Franc e soprattutto il Carmenère.

A seguire tre incroci frutto del lavoro pluriennale della FEM, attualmente impegnata anche in un lavoro di piramidalizzazione per mettere a punto dei “super genitori” “resistenti”, con incroci successivi, che oggi sono facilitati dalla conoscenza del genoma della vite. Ogni anno da migliaia di incroci di semenzali sono piantate in campo decine di varietà ritenute più interessanti che poi però dovranno fruttificare e il vino ottenuto sarà testato per più anni. A conclusione di questo percorso che richiede non meno di otto – dieci anni, i pochi eletti o forse, come direbbe Connor MacLeod, “Ne resterà soltanto uno”, corredati di tutti i dati fenologici, di “resistenza”, ed enologici sono pronti per essere proposti alla sperimentazione/autorizzazione ministeriale. Tre di questi eletti, ormai prossimi alla registrazione, sono stati presentati da Marco Stefanini, responsabile di Genetica e miglioramento della vite presso la Fondazione E. Mach. Due sono frutto di un incrocio Teroldego x Merzling. Il primo assaggiato, per ora solo una sigla F22 P09, dalle suadenti note di negritella e cioccolato fondente, si presenta impenetrabile alla vista, di ottima struttura e giustamente tannico. Il secondo (F22 P10) meno avvolgente al naso ma ugualmente ricco di note balsamiche, e buon equilibrio di bocca.

Il terzo incrocio proposto, anch’esso in attesa di autorizzazione (F22 P121), è invece espressione di Marzemino (figlio del Teroldego) x Merzling, apprezzato per pulizia di bocca e ottimo equilibrio gusto olfattivo.La carrellata di questi assaggi si è conclusa con un incrocio, anch’esso frutto del lavoro della FEM, di Pinot Nero con vitigni resistenti messi a punto da ricercatori ungheresi (sigla CIVIT 6, dove CIVIT è il consorzio nato dalla collaborazione tra FEM e AVIT, Vivaisti Viticoli Trentini). Un rubino scarico color ciliegia, fresco, con una leggera chiusura ammandorlata. Da sottolineare che tutti questi vini rossi da incroci marcati FEM hanno livelli di diglucosidi ampiamente al di sotto dei limiti di legge e si tratta dei primi vini rossi “resistenti” con queste caratteristiche.

L’interesse del mercato e dei consumatori per queste nuove varietà è esponenzialmente crescente. Perfino nelle zone di elezione della Vinifera si incomincino ad avere delle aperture significative nei confronti di queste nuove cultivar. Basti dire che nella zona di Bordeaux la Francia ha autorizzato un 20% di superficie per vitigni “resistenti”. I freni e le perplessità di tanti addetti ai lavori che si nascondono spesso dietro una presunta purezza da non intaccare della sottospecie Vinifera sativa sembrano del tutto ingiustificati alla luce non solo di quanto verificatosi nei secoli con le numerose mutazioni geniche più o meno casuali o ricercate dall’uomo, ma soprattutto a fronte dei risultati qualitativi raggiunti dalla ricerca.

Gianfranco Betta