Rebòro e Sfursat: due passiti di montagna a confronto

Rebòro: un vino passito che vuole farsi conoscere ed amare. Prodotto da uva Rebo, dal nome di Rebo Rigotti che negli anni ’50 ha creato questo incrocio tra Merlot e Teroldego,registrato nel 1978 e ora presente in diverse regioni del Nord Italia, ma in particolare in Trentino, con una produzione di circa 5 mila quintali e 45 ettari vitati, soprattutto nella Valle dei Laghi dove ha trovato un habitat ideale.

Rebo Rigotti, nato nel 1891 a Padergnone in Valle dei Laghi, da una prima fase di attenzione negli anni ’20 a vitigni rustici per una produzione abbondante,  “altrimenti – scriveva – i nostri viticoltori difficilmente li accetterebbero”, e a sperimentazioni orientate a selezionare uve da tavola più resistenti allo schiacciamento e ibridazioni di portainnesti, il suo orientamento dagli anni ’30 in avanti, quando assume l’incarico di direttore tecnico dei vivai viticolo-pomologici provinciali e nel ’36 quello di  sperimentatore presso la Stazione Agraria Sperimentale di San Michele all’Adige, diretta da Enrico Avanzi, uno tra i più illustri agronomi italiani, si appunta decisamente prima su incroci tra vitigni locali ordinari e vitigni stranieri per uve da vino fino e successivamente fra i migliori vitigni locali e gli stranieri fini, creando oltre 200 incroci. Tra gli altri basti ricordare oltre al Rebo l’aromatico Goldtraminer (Gewürztraminer x Trebbiano Toscano); il Sennen (Merlot x Marzemino Gentile) dal grappolo spargolo e buccia resistente particolarmente indicato per l’appassimento; il Gosen (Carménère x Teroldego), ottimo per tagli bordolesi, tutti registrati nel Registro Nazionale delle Varietà di Viti nel 2002  e autorizzati in provincia  di Trento oltre che in osservazione in altri areali.

Il Rebo è caratterizzato da un profondo colore rubino che conserva anche con l’appassimento delle uve, fragranze intense e variegate di frutta matura, con netti richiami di mora e ciliegia. Il sapore è pieno, vellutato e di buona struttura. Grazie alla sua buccia resistente, agli inizi degli anni 2000 l’Azienda Pisoni prima e l’Associazione Vignaioli del Vino Santo poi, forti della loro esperienza in fatto di appassimento, hanno iniziato in Valle dei Laghi i primi tentativi di appassimento delle uve Rebo, per produrre il Rebòro. Lasciate appassire fino a novembre inoltrato sulle “arele”, le uve sono poi vinificate con una lunga fermentazione sulle bucce e il vino matura per tre anni in botti di rovere, qualcuno preferendo i tonneaux altri le barrique comunque poco tostate, che gli donano eleganza e  struttura, nel contempo esaltando i sentori fruttati di ciliegia e piccoli frutti rossi propri del Rebo, fusi in note di speziatura dolce.

La prima annata in commercio è stata il 2011. Le prime tre aziende di vignaioli coinvolte, oltre all’Azienda Pisoni di Pergolese gestita dai fratelli Marco e Stefano, sono state le Distillerie – Cantine  Poli Giovanni e Poli Francesco di Santa Massenza. Ora si stanno affiancando con i loro Rebòro le altre aziende dell’Associazione. Presso la Distilleria Poli Francesco di fronte ad un pubblico di appassionati Marco Pisoni ha presentato il Rebòro 2011 e in anteprima il 2014, evidenziando come l’appassimento abbia saputo egregiamente superare un’annata altrimenti difficile, donandoci un prodotto dall’intenso fruttato e di bell’equilibrio, senz’altro capace di evolvere e non far rimpiangere l’ottimo Rebòro 2011. Graziano Poli della Distilleria Giovanni Poli, ha presentato il suo Rebòro 2013, di grande dolcezza in bocca e ricco al naso di un bouquet di fiori appassiti, dalla viola alla rosa. Mentre Alessandro Poli, che faceva gli onori di casa, ha presentato l’annata 2012: un Rebòro che ricorda i frutti rossi sotto spirito, in bocca caldo con bella tannicità.

Invitati d’eccezione, in un’ideale gemellaggio di vini passiti di montagna, tre testimoni della Valtellina, con i loro Sfursat o Sforzato di Valtellina da uve Nebbiolo, biotipo Chiavennasca, primo vino rosso passito ad ottenere la docg nel 2003. Innanzitutto Casimiro Maule, enologo di una vita della storica Cantina Nino Negri di Chiuro, e creatore dello Sfursat di Valtellina 5 stelle, affinato in barrique, anzichè in botte grande come avveniva da tradizione anche nella stessa cantina Negri, ha presentato le annate 2015 e 2007: color granato, tipico del Nebbiolo, cioccolato e vaniglia al naso il primo, con note di china ed eucalipto il secondo, entrambi dall’intensa tannicità setosa in bocca con retrogusto salino e lunga persistenza.  Pietro Bettini, dell’omonima cantina posta nel cuore della Valgella a Teglio con 15 ettari di proprietà, ha presentato lo Sfursat 2011, un vino speziato al naso, in bocca caldo, morbido, vellutato e di ottima struttura.

Aldo Rainoldi, della cantina omonima di Chiuro, giunta alla quarta generazione, attualmente presidente del Consorzio Vini della Valtellina, dopo aver presentato in modo chiaro ed esaustivo la realtà di una viticoltura eroica di montagna e le ragioni che permettono una perfetta maturazione di un vitigno tardivo come il Nebbiolo (andamento est – ovest della Valtellina con esposizione a sud e protezione dei venti da nord, ottima insolazione accentuata dalle rocce e da oltre 2.500 km di muretti a secco, effetto termoregolatore del lago di Como, escursioni termiche giornaliere nel periodo prevendemmia, terreni poco profondi con assenza di calcare …) ha introdotto il suo Fruttaio Cà Rizzieri 2002, vino pluripremiato da numerose guide alla sua uscita nel 2007, ricco al naso di frutta sotto spirito e uva passa intrise di note di caffè e in bocca giustamente tannico e di lunga persistenza.

Due realtà a confronto: quella della Valtellina conosciuta, con un passito come lo Sfursat affermato e una storia alle spalle. E quella della Valle dei Laghi con la sua tradizione di Vino Santo  e un infante che vuole crescere come il Rebòro.

Gianfranco Betta