Ruchè, il romanticismo racchiuso in un grappolo d’uva

Tra le colline del Monferrato, in Piemonte, si nasconde una piccola isola felice dove trovano largo spazio vini storici e a denominazioni.

Qui dove Barbera e Grignolino rappresentano la maggioranza della viticoltura, è possibile scoprire un piccolo vitigno dalla storia romantica: il suo nome è Ruchè.

L’etimologia è incerta ma tra le ipotesi più accreditate spunta un legame con la chiesa Benedettina di San Rocco (San Roc), tra Portocamaro o Castagnole Monferrato, oggi scomparsa, dove probabilmente sono stati coltivati i primi vigneti. Altra ipotesi vede l’impiego dell’espressione dialettale piemontese “roche” ad indicazione di un vigneto coltivato in zone per lo più arroccate.

Nonostante qualche incertezza sulla provenienza del nome, è evidente l’importanza di Don Giacomo Cauda, un prete-contadino che con tanto impegno, ma anche un pizzico di fortuna, è riuscito a far diventare il Ruchè un grande vino.

Verso la fine degli anni ’50, arrivato a Castagnole Monferrato, Don Cauda prese in carico i benefici parrocchiali e tra essi risultavano due ettari di vigneto. Così, giunto il momento giusto, fece la sua prima vendemmia e fin da subito notò delle differenze sensoriali con la Barbera e il Grignolino a cui era abituato, pensando che questa differenza, quasi un problema, fosse riconducibile alla tipologia di terreno.

Iniziò ad indagare, a parlare con i parrocchiani del paese e scoprì la forte presenza all’interno dei vigneti di un vitigno chiamato Ruchè. All’inizio degli anni Sessanta dimenticò grappoli di Ruchè all’interno di una damigiana. Questi iniziarono ad appassire, a fermentare e il parroco arrivò alla conclusione di imbottigliare il vino ricavato. Per sbaglio aprì una delle 28 bottiglie ottenute e rimase sbalordito dalle caratteristiche e dalle potenzialità riscontrate tanto da prendere delle marze e portarle agli innestini del paese e creare nel 1964 il primo ettaro monovarietale Ruchè.

Si attesero tre anni e nel 1967 avvenne la prima vendemmia dal quale si ottenne un vino molto aromatico ma anche amabile per la forte presenza zuccherina caratteristica di questo vitigno. Sarà poi il 1987 a segnare la vera nascita del Ruchè, dove l’impegno di Don Cauda unito all’aiuto del sindaco di Castagnole dell’epoca, arriveranno fino a Roma presso il Ministero dell’Agricoltura il quale riconoscerà la D.O.C Ruchè Castagnole di Monferrato.

Ma Don Cauda fu anche al centro di una leggenda in cui si narra che il prete trascorresse più tempo a fare il contadino immerso tra le sue vigne rispetto a dedicarsi alla parrocchia, tanto che un giorno arrivando tardi ad un matrimonio disse “ Se si amano possono aspettare, ma la vigna non può attendere”. La frase arrivò alle orecchie della curia e nel 1995 Don Giacomo Cauda fu costretto a vendere tutti i vigneti tramite beneficio parrocchiale. Gli rimase solo la porzione di sua proprietà la quale fu venduta a Francesco Borgognone, non un prete ma un viticoltore. Così Don Cauda affermò che non fosse più possibile vendere quel vino con la dicitura “Vino del Parroco” ed inventò “Vigna del Parroco”, primo marchio registrato per la denominazione Ruchè.

L’eredità oggi è custodita dai 22 soci dell’Associazione Produttori del Ruchè di Castagnole del Monferrato. Costituitasi informalmente nel 2001 con successiva formalizzazione nel 2015, non è mancata di raggiungere notevoli traguardi come la denominazione D.O.C.G. del 2010 e la recentissima RISERVA fortemente voluta dagli associati. Il territorio di produzione è delimitato nei comuni di Castagnole Monferrato, Refrancore, Scurzolengo, Portacomaro, Montemagno, Grana e Viarigi, 7 comuni fieri di rivivere una seconda nascita perché il Ruchè ha portato non solo una crescita agricola ma anche una crescita enoturistica.

Come mai questo vitigno ha rischiato di scomparire?

“In primo luogo – spiega Luca Ferraris presidente dell’Associazione Produttori – si tratta di una pianta di difficile gestione data l’estrema vigoria e l’elevata produzione di femminelle ( germogliderivanti da gemme pronte, per lo più poco produttive o sterili); i viticoltori, in passato, furono indirizzati nella coltivazione di varietà più semplici da curare come Barbera e Grignolino, che ebbero maggiore spazio, richiedendo circa un quarto del lavoro rispetto al Ruchè. Attualmente la meccanizzazione dei vigneti è riuscita a ridurre questo problema e a diminuire i costi agricoli.

Rimane comunque un vitigno difficile, sensibile sia all’eccessivo sole che può bruciarne i grappoli sia ad una esposizione solare troppo delicata, inadeguata, responsabile invece di non portare l’uva alla giusta maturazione. Una complessità condotta fino in cantina dal notevole contenuto zuccherino, soprattutto in precedenza all’utilizzo della tecnologia fu faticoso portare a compimento la fermentazione alcolica”.

Qual è l’origine di questo vitigno?

“Si è sempre pensato che il Ruchè fosse un incrocio tra Pinot nero ed Nebbiolo. In realtà uno studio del 2016 condotto dalla dottoressa Schneider ha evidenziato la correlazione tra Malvasia bianca di Parma, oggi praticamente in stato di abbandono, e la Croatina Piacentina. Si tratta quindi di un’uva dal forte carattere aromatico ma allo stesso tempo dall’importante presenza tannica. In termini di numeri l’annata precedente, ovvero quella del 2019, ha raggiunto una produzione di 996.000 bottiglie, molte delle quali entrano nel mercato estero. Tra i maggiori importatori il Giappone, seguito dalla Cina”.

Un consiglio gastronomico?

“Provatelo abbinato alle pietanze asiatiche, si accosterà perfettamente qualunque sia il suo invecchiamento”.

Miriam Ardigò