Trentino doc Vino Santo: il top dei passiti

Durante la manifestazione DivinNosiola la delegazione ONAV di Trento in collaborazione con Palazzo Roccabruna ha organizzato una serata dedicata alla Nosiola, vitigno autoctono trentino a bacca bianca, da cui si ottiene un nettare pregiato come il Vino Santo, frutto del più lungo periodo di appassimento di un’uva che si conosca (il disciplinare prevede che l’ammostamento sia successivo al primo marzo dopo la vendemmia, ma quasi tutti i produttori che fanno parte dell’Associazione Vino Santo si spingono di norma alla fine di questo mese).

Rosario Pilati

Ma prima di assaggiare il Vino Santo, sono stati proposti tre Trentino doc Nosiola, con l’obiettivo di capire come si comporta nel tempo un vitigno neutro, quale è considerata la Nosiola, una volta superati i primi mesi di vita, in cui esprime un delicato bouquet di esteri fruttati di fermentazione supportati da una equilibrata freschezza acida e da buona sapidità, come i partecipanti hanno potuto apprezzare nella Nosiola 2017 della Cantina La-Vis, presentata dall’enologo della cantina Rosario Pilati, e proveniente dai vigneti posti a 400 metri di altezza a Pressano, il secondo areale d’elezione di questo vitigno unitamente alla Valle dei Laghi.

Marco Pisoni

Gli altri due Nosiola dell’annata 2015, la prima della Cantina Toblino e la seconda della Cantina Pisoni di Pergolese. Entrambe da coltivazioni biologiche provenienti dalla Valle dei Laghi, prive di alcuna nota ossidativa, fresche e qui sì al naso con una nota di nocciola tostata, come forse evocato dal nome, e dotate da più che un accenno di sapidità “mineraleggiante” à la Riesling, forse rafforzata anche dai terreni ricchi di marna calcarea; ottime per un abbinamento con pesce di lago, come evidenziato nella presentazione dal produttore Marco Pisoni. Un vino da vitigno unanimemente considerato “neutro”, che dopo tre anni di bottiglia dovrebbe essere giunto al capolinea, rivela invece un’incredibile tenuta e un’evoluzione non ossidativa: molto probabilmente la Nosiola cela nel suo bagaglio genetico dei precursori aromatici che ne fanno un vino “solista” e non “orchestrale”, cioè varietale e non neutro, per rifarsi alla distinzione di Luigi Moio.

Alessandro Poli

Ma il clou della serata era ovviamente rappresentato dalla degustazione di tre Trentino doc Vino Santo. La scelta in questo caso è stata orientata a cogliere la longevità di un vino che quanto a complessità olfattiva e gustativa non teme alcun confronto al mondo.  Il primo è stato un “giovane” Nobles 2003, prodotto con uve Nosiola da coltivazione bio della cantina Francesco Poli di Santa Massenza. Come spiegato da Alesandro Poli si tratta di un vino con un residuo di ben 200 gr/l di zucchero (e si noti che le trasformazioni enzimatiche che interessano il Vino Santo aggrediscono soprattutto il glucosio piuttosto che il fruttosio che ha un potere dolcificante doppio e superiore alla metà del saccarosio), ma come tutti i partecipanti hanno potuto constatare si fa ammirare per la freschezza e l’equilibrio di bocca, oltre ovviamente all’esplosione olfattiva al naso, ben più ricca di una “semplice vendemmia tardiva”, invariabilmente connotata da note mielose e di camomilla, perchè quasi tutti gli acini della Nosiola soggetti ad appassimento sono stati aggrediti dalla botrite infavata o muffa nobile come risultava evidente dai grappoli che hanno accompagnato la degustazione e che ciascuno è stato invitato ad assaggiare per misurare la corrispondenza gusto olfattiva tra acino botritizzato e prodotto finito.

Giuseppe Pedrotti

Dopo il 2003, un Vino Santo del 1996, della cantina Gino Pedrotti di Cavedine presentato dal figlio Giuseppe Pedrotti: un vino sciropposo con una sensazione di fresca dolcezza al naso e in bocca, che colpisce per gli effluvi di uva passa e frutta candita. E poi ancora un 1992 dell’azienda Agricola Pravis di Lasino, introdotto da Mario Zambardino, uno dei fondatori dell’azienda: un Vino Santo appena uscito dall’adolescenza e pronto ad affrontare una vita adulta, con profumi freschi, note di cedro candito, frutta esotica, fichi secchi e uva sultanina ma anche una leggera affumicatura a rendere ancora più complesso il quadro olfattivo e gustativo, grazie alla grande ricchezza di tioli, terpeni, esteri, furani, lattoni, norisoprenoidi…

Ad esaltare vieppiù aromi e sapori di questi Vino Santo un assaggio di dolci della Pasticceria Tecchioli, tutti rigidamente a base di prodotti locali, dalla farina di antichi cereali “riscoperti”, alle noci del Bleggio, alla grappa di vinacce della Nosiola appassita. Un’ultima annotazione di carattere salutistico che non guasta. Questi vini, destinati ad una longevità  ammirevole, il cui processo fermentativo è destinato ad interrompersi naturalmente solo la seconda o la terza estate dalla vendemmia, contengono una dose di solforosa raramente superiore ai 100 ml/l, vale a dire una dose  paragonabile a quella di molti vini bianchi secchi. Ricordiamo che i francesi per il loro Sauternes arrivano a sfiorare anche una dose quattro volte superiore per bloccare una possibile rifermentazione.

La produzione di Vino Santo è però limitata e chi vuole provare l’ebbrezza di una degustazione se la deve guadagnare assaporandolo preferibilmente in loco.

Gianfranco Betta