Trentodoc: il futuro della Valsugana

Nell’ultimo decennio dell’800, sull’onda della Rerum Novarum il cattolicesimo popolare in Trentino dà avvio ad una serie di cooperative nel campo del consumo, del credito e della produzione. Nel 1892 sorgono le prime due cantine sociali, la prima a Riva del Garda e la seconda a Borgo Valsugana, seguite dopo pochi mesi dalla cantina sociale di Revò in Valle di Non. Indice di come tanto in Valsugana, che in Valle di Non esistesse una viticoltura diffusa destinata quasi a scomparire nel secolo successivo.

Per quanto riguarda la Valsugana soprattutto a causa di due ondate migratorie transoceaniche, la seconda, dopo la Grande Guerra, ancora più massiccia di quella avvenuta negli anni ’70 dell’800, a causa delle ingenti distruzioni e all’abbandono di paesi e campi coltivati provocati dalla linea del fronte. Senza tener conto delle conseguenze devastanti della fillossera rilevata in Trentino per la prima volta proprio in Valsugana nel 1905 e, dopo la Grande Guerra e l’annessione all’Italia, della chiusura per i mosti e i vini  della Valsugana e di tutto il Trentino dei naturali mercati di sbocco rappresentati dai paesi del centro europa dell’Impero austro ungarico. Se ancora a metà del secolo scorso, nel 1951, quanto residuava del fiorente vigneto della Valsugana pesava ancora per circa il 10% dell’intera area vitata del Trentino, mezzo secolo più tardi al  Censimento dell’Agricoltura del 2010 questa percentuale sfiorava a malapena il 3%.

L’inversione di rotta è relativamente recente, grazie ad una serie di piccole realtà produttive che stanno cercando di riannodare un filo spezzatosi nei decenni precedenti, puntando decisamente sul Trentodoc. Vale la pena ricordare come l’Indirizzo Viticolo per il Trentino del 1954, una zonazione ante litteram frutto di uno studio meticoloso di tutti gli areali vitati della provincia, indicasse per la Valsugana Pinot Nero e Borgogna bianca nelle colline e mezze colline non esposte a siccità”, cioè Pinot Nero e Chardonnay, le basi del Trentodoc. Del resto, dopo il suo ritorno dalle zone della Champagne, Giulio Ferrari aveva piantato le prime barbatelle di Chardonnay per base spumante sulle colline di Tenna, la penisola a cavallo dei due laghi di Levico e Caldonazzo, individuando la Valsugana come luogo perfetto per la pumantizzazione, grazie alle caratteristiche dei terreni (di tipo effusivo con consolidamento di lave la parte a ridosso della catena del Lagorai; ma anche terreni morenici con ricchezza di depositi alluvionali nei numerosi conoidi; sostrati di roccia prevalentemente silicata ma pure sostrati di roccia carbonatica in Bassa Valsugana); l’altitudine; il microclima e le escursioni termiche in periodo prevendemmiale.

Presso il Ristorante Due Travi di Trento aluni produttori della Valsugana invitati da ONAV hanno presentato i loro Trentodoc, in accompagnamento con una serie di piatti proposti dalla cucina del Ristorante e presentati dal titolare Giuliano Travaglia: prosciutto di Parma stagionato 24 mesi, Mortandela della Valle di Non e fesa di maiale accompagnate da gnocco fritto, cappellacci di zucca, verdure gratinate con besciamella. «Wine is Life in Valsugana», lo slogan della Cantina Cenci di Castelnuovo aperta nel 2016 grazie all’intraprendenza di due giovani, Valentino Cenci e la moglie Silvia Baldassari, con un vigneto  di quattro ettari prevalentemente a Chardonnay per la produzione di un Trentodoc Brut, degustato ancora giovane ed esuberante in questa occasione, dai sentori agrumati, con un corredo di acidità e sapidità in grado di reggere una lunga permanenza sui  lieviti per farne una Riserva. Il secondo spumante metodo classico, 100% Chardonnay, con una ventina di mesi di permanenza sui lieviti presentato da Tullio Molinari di Olle: prodotto maturo, con mela cotogna al naso e note di ananas, morbido in bocca, frutto di una scelta vendemmiale non troppo anticipata per evitare un eccesso di acidità.

Nel 2016, grazie alla collaborazione di otto produttori che coltivano una ventina di ettari prevalentemente a guyot posti tra i 300 e i 700 metri di quota a Telve, Spera, Scurelle, Borgo, sia in destra che in sinistra orografica, è nata anche la cantina Terre del Lagorai con sede a Castel Ivano che punta in pochi anni ad arrivare a 150 mila bottiglie dalle attuali 16 mila. L’enologo Stefano Dalledone ha presentato il Karl Trentodoc Extrabrut, di sole uve Chardonnay, e il Franz Trentodoc Brut Rosè, 100% Pinot Nero, entrambi sboccati dopo una ventina di mesi sui lieviti, con una malolattica parzialmente svolta per due prodotti eleganti, freschi, di buona persistenza; con evidenti note di bergamotto e pompelmo il primo, di fragoline di bosco il secondo. Una cantina che opera sul mercato da qualche anno è invece la Romanese di Levico dei due fratelli Andrea e Giorgio Romanese con cinque ettari di proprietà. Dal 2013 le diverse annate del loro Trentodoc Lagorai pas dosè si affinano a 20  metri di profondità nel lago di Levico per quasi due anni ad una pessione e temperatura di 7°C costanti tutto l’anno.

Nell’ottobre 2018 hanno tratto a riva l’annata 2015. Ma l’assaggio proposto in questa occasione è stato un Trentodoc Riserva Romanese brut, con una permanenza sui lieviti di 45 mesi, affinato nel Forte “Colle delle Benne”,  il forte austroungarico che, unitamente al forte di Tenna posto di fronte, doveva servire a chiudere alle truppe italiane nella Grande Guerra l’accesso alla Valsugana. Lago di Levico e “Colle delle Benne”: simbolici luoghi di affinamento per rimarcare il legame con il territorio da parte di questa cantina. Colore paglierino scarico, perlage fine e persistente, note di pasticceria al naso e in bocca cremoso sostenuto da giusta acidità e spiccata sapidità. Un esempio di cosa può garantire la Valsugana ad un Trentodoc quando i produttori, dopo la scontata fase di avvio che richiede un’immediata commercializzazione dei propri prodotti, potranno permettersi di pazientare per proporre al mercato anche delle ottime Riserve.

Gianfranco Betta