18 dicembre 2017

Trentodoc VS Champagne

ONAV Trento ha organizzato una serata mettendo a confronto alcuni campioni di Trento doc con alcuni Champagne. I numeri sembrano indicare la pretesa di Davide di affrontare Golia ad armi impari: meno di dieci milioni di bottiglie contro oltre 300 milioni, di cui più della metà esportati. Ma la quantità non è tutto.

E’ stato un momento di didattica soprattutto per il territorio dello Champagne. Ma anche un momento edonico e ludico permettendo ai numerosi partecipanti di assaggiare alla cieca tre coppie di spumanti dei due territori con caratteristiche simili quanto a composizione del vino base, della permanenza sui lieviti e possibilmente della categoria riferita al contenuto zuccherino del prodotto finito, assegnando un punteggio complessivo per vista, olfatto e gusto-olfatto. Infine un tentativo di abbinamento incrociato dei sei vini spumanti con sei formaggi: tre francesi (Camembert di Normandia Dop e Brie di Meaux Aoc, entrambi di latte vaccino crudo intero a crosta fiorita, e Caprinelle, un caprino semiduro di pasta pressata cotta dei Midi-Pyrénnées) e tre Trentingrana Dop del Caseificio di Segno in Valle di Non di diverse stagionature: 18, 24, 33 mesi.

Tra i punti di forza dello Champagne la rigida regolamentazione che data dal 1927, con poche modifiche successive, a incominciare dai vitigni previsti: Pinot Nero, che occupa il 38% della superficie vitata, perfetto su terreni calcarei e freschi, capace di conferire struttura; Chardonnay, con i suoi aromi floreali e agrumati a garantire lunghi affinamenti, presente sul 30% di superficie e in leggera crescita negli ultimi quindici anni a scapito del Pinot Meunier; quest’ultimo presente soprattutto nella Vallée de la Marne, autentica assicurazione nei confronti delle non occasionali gelate primaverili, grazie alla fertilità delle sue gemme di controcchio, e capace di esprimere vini morbidi e fruttati ma che evolvono rapidamente; e pochi altri vitigni a bacca bianca che però occupano attualmente solo lo 0,3% della superficie. Ma la regolamentazione riguarda anche i cloni (una cinquantina quelli selezionati); i portinesti (i più diffusi il versatile 41B, Vinifera*Berlandieri, e l’SO4, Berlandieri*Riparia, adatto a terreni mediamente calcarei); la densità dei ceppi e i sesti di impianto (massimo 2,50 metri come sommatoria della distanza tra i ceppi sulla fila e tra filari, in modo da garantire una densità elevata di circa 8.000 ceppi/ha); il sistema di potatura severo (preferibilmente cordone speronato, Chablis e Guyot) con carico di gemme limitato a 18 per metro quadro di particella (che tra l’altro ammontano a ben 281.000 con una media di soli 1.200 mq l’una!); la resa d’uva ad ettaro e la resa uva/mosto (poco meno del 64%), suddiviso tra mosto fiore (51,2%) e taille; le date e modalità di vendemmia fino alla pressatura, controllata negli oltre 19.000 centri distribuiti sul territoro. E ancora: la scala dei Cru, individuando i 17 villaggi Grand Cru (remunerati con il 100% del prezzo delle uve stabilito annualmente) e i 44 villaggi Premiere Cru (remunerazione tra il 90 e il 99%) rispetto al totale dei 320 Comuni delle quattro grandi aree dello Champagne con circa 34.000 ettari vitati e 15.000 Vigneron: Montagne de Reims, con i suoi quasi 8 mila ettari vitati e un 40% di Pinot Nero; Vallée de la Marne, la zona maggiormente vitata con 12.000 ettari piantati per quasi il 60% a Pinot Meunier; Côte de Blanc e Côte de Sezanne, circa 6.300 ettari per l’85% a Chardonnay; Aube o Côte de Bar, nella parte più meridionale della regione, poco meno di 8.000 ettari con quasi l’85% a Pinot Nero, ad evidenziare l’influenza della confinante Borgogna. Tutte aree ricche di gesso affiorante o gesso profondo come la Montagne de Reims, oltre a sabbia, argille e marne (queste prevalenti nella Côte de Bar), in grado di conferire una spiccata mineralità ai vini.

I punti di relativa debolezza dello Champagne sono individuabili piuttosto in alcuni fattori di tipo geografico, che possono essere colti in un confronto con Trento. Ad iniziare dalla latitudine (49,5° Reims, ed un minimo di 48° per Bar Sur Seine a sud, di contro ai 46°04′ di Trento), che ovviamente si riflette in alcuni indici climatici: 11°C la temperatura media annua (12,5°C Trento) con rischi di gelate primaverili, possibili periodi di pioggia e freddo in giugno a limitare fioritura e allegagione, grandinate estive (in alcune annate anche più di una ventina); 1.680 ore medie di irraggiamento solare (con punte di 2.100 ad esempio nel 2003, quando però le gelate avevano compromesso metà del raccolto potenziale) contro le 1.900 di media di Trento. Differenze che possono essere riassunte nell’indice di Winkler che misura la sommatoria delle temperature per l’intero periodo fenologico della vite dal germogliamento alla vendemmia detratte le temperature inferiori ai 10°C: pari a circa 950 per Reims, tra 1.200 e 1.300 per Trento. Solo le precipitazioni sono sostanzialamente analoghe: tra i 600 e i 900 mm annui per la Champagne, circa 900 di media per Trento.

La prima coppia di spumanti degustata alla cieca è stato il Grand Cru Blanc de Blancs della Maison R&L Legras di Choully nella Côte de Blanc (ovviamente 100% Chardonnay, 36 mesi sui lieviti, 7gr/l di zuccheri residui e 12%vol.) con il Trento doc Etyssa Extrabrut 2013 di Etyssa Spumanti, una recentissima cantina sulla collina di Trento, nata quasi per gioco dalla collaborazione di quattro giovani studenti universitari (32 mesi sui lieviti, meno di 6 gr/l di zucchero, 12,5%vol.). Entrambi i campioni sono stati valutati positivamente e con punteggi sostanzialamente analoghi, ma un migliore apprezzamento gusto olfattivo è stato assegnato allo Champagne, caratterizzato da evidenti note agrumate.

La seconda coppia ha posto a confronto il Trento doc Tananai Brut 2013 dell’azienda Borgo dei Possèri di Ala (50% e 50% Chardonnay e Pinot Nero coltivati a Guyot tra i 600 e i 700 metri di quota con 7000 ceppi/ha; 38 mesi sui lieviti dopo un affinamento di solo acciaio, 12,5%vol.) con il Brut Premier Louis Roderer della Maison omonima di Verzenay (Montagne di Reims): un multimillesimato creato già negli anni ’20 del ‘900 per esprimere, qualunque sia l’anno della vendemmia, il gusto costante della Maison, nata nella seconda metà del ‘700, oggi proprietaria di 240 ha di vigneti tutti collocati in zone di pregio, e che esporta 3 milioni di bottiglie l’anno. Composto per il 40% di Pinot Nero, 40% Chardonnay e 20% Pinot Meunier maturati in fusti di rovere; permanenza di 36 mesi sui lieviti e 6 mesi di affinamento in bottiglia,12%vol. La maggior ricchezza olfattiva di fiori bianchi, menta, agrumi e crosta di pane hanno premiato nel confronto lo Champagne, con punteggi sostanzialmente analoghi per quanto riguarda gli aspetti visivo e gusto olfattivo.

L’ultima coppia posta a confronto alla cieca vedeva la prevalenza nella cuvée del Pinot Nero. Il Grand Cru Cuvée Nicolas Brut del Vigneron Secondè Simon (azienda di Ambonnay, Montagne de Reims, proprietaria di 6 ha di vigneto) che rappresenta la “premiére cuvée” della Casa con un 75% di Pinot Nero e un 25% di Chardonnay, un terzo dei quali tratti dai vini di riserva; tre anni sui lieviti e 11 gr/l di zuccheri, si è confrontato con il Trento doc Ferrari Perlè Riserva Brut 2012, la cui prima annata di produzione risale al 1993, per l’80% Pinot Nero e 20% Chardonnay, destinato a riposare sui lieviti almeno cinque anni. Entrambi valutati ottimi prodotti sotto ogni profilo: eleganti, con note di fragoline di bosco e lampone in evidenza al naso fusi in sentori di pasticceria e arancia candita, dalla lunga persistenza.

Il confronto del Trento doc con lo Champagne ha quindi retto senza alcun timore reverenziale, evidenziando alcune differenze che caratterizzano le diverse strategie commerciali: una preferenza degli Champagne per le cuvée multimillesimate (rispetto alle 306 milioni di bottiglie vendute nel 2016 ad esempio i millesimati rappresentano solamente l’1,9%) per rispondere ad una domanda di prodotto standard negli anni, mentre i Trento doc sono di gran lunga dei millesimati; una preferenza per i prodotti Brut, per un’esigenza di maggiore riconoscibilità nei confronti del consumatore finale (67% del venduto), pur significando ben poco dal punto di vista informativo, dal momento che lo zucchero residuo può teoricamente variare da zero a 12 grammi/l; una gradazione alcolica tendenzialmente più bassa (preferibilmente 12%vol., rispetto ai 12,5%vol. del Trento doc); un’acidità totale tendenzialmente più elevata, temperata da una più diffuso ricorso alla fermentazione malolattica e da più elevati tenori di residuo zuccherino (a differenza degli Champagne raramente un Trento doc supera i 6, massimo 7 gr/l); un ruolo preponderante delle 110 Maison, che pur proprietarie solo del 10% dei vigneti, vendono 220 milioni di bottiglie, di contro ai 60 milioni prodotte dai circa 5.000 Vigneron che vinificano e che negli anni hanno perso costantemente quote di mercato; e infine, un prezzo decisamente superiore, che per prodotti simili può arrivare a sfiorare il doppio rispetto ai Trento doc, frutto di una rendita di posizione, strategia di marketing e un posizionamento raggiunti nell’arco di più di un secolo.

Quanto all’abbinamento con i formaggi, gli Champagne hanno superato la prova con le croste fiorite a pasta molle, ma decisamente meglio con il Trentingrana che si è mostrato versatile e abbinabile con tutti e sei i campioni, in particolare lo stagionato 24 mesi, mentre il 33 mesi soprattutto con gli spumanti più strutturati a base di Pinot Nero. Più problematico si è mostrato invece l’abbinamento con il caprino semistagionato.

Gianfranco Betta

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