Wine fake news o comunicare il vino con rigore e trasparenza?

Wine fake news, “le bufale del vino”, è stato uno dei leitmotiv del convegno “Comunicare il vino” proposto dal Comitato scientifico ONAV e organizzato nell’ambito del Consiglio Nazionale svoltosi a Roma.

IMG_5481“Fake news” sono oggi un tema dominante della comunicazione mondiale, grazie all’utilizzo spregiudicato dei social e del web, dove le fonti sono difficilmente affidabili e consultabili. Sia in Italia che all’estero, l’espressione fake news ha cominciato a definire la creazione o la condivisione di notizie intenzionalmente false. Al punto che nella sede della Federaz. degli Editori a Roma è stato chiesto al Governo di farsi «promotore di un tavolo di consultazione tra tutti gli operatori della filiera di produzione e distribuzione delle notizie e dei contenuti in Rete, per definire insieme una serie di linee guida finalizzate ad arginare le fake news e a valorizzare l’informazione di qualità».

IMG_5477Nel mondo del vino le cose per fortuna non sono così esasperate, ma poter assicurare una informazione corretta grazie ad autorevolezza e reputazione è tra gli obiettivi che si è data l’ONAV insieme al suo comitato scientifico. Anche nella divulgazione scientifica del vino si fanno molteplici errori – spiega Vincenzo Gerbi,– presidente del comitato scientifico ONAV e docente dell’ Università di Torino, che ha illustrato ‘Il ruolo dell’assaggiatore per una corretta divulgazione del vino’ , “soprattutto il linguaggio tecnico a volte soffre di imprecisioni e sempre più di luoghi comuni . Non vogliamo insegnare niente a nessuno, ma il vino è una bevanda che va rispettata e comunicata nel modo corretto, questo deve essere un obiettivo primario dell’Assaggiatore, che deve sviluppare un lessico dell’assaggio più completo e corretto. Dobbiamo usare le nostre conoscenze per divulgare uno stile di vita in cui l’assaggio diventi uno strumento di attenzione verso i gesti quotidiani e un modo per affinare la capacità di scelta. Meglio mettere sempre in discussione le proprie conoscenze arricchendole con nuove esperienze, sviluppando un lessico dell’assaggio più completo e oggettivo, ricco di accostamenti che aiutino la memorizzazione. Infine addestrarsi con curiosità, misurando frequentemente le proprie capacità”.

IMG_5536L’intervento della prof.ssa Anna Schneider del CNR-Ist. per la Protezione Sostenibile delle Piante, Torino , dal titolo: “Raccontare i vitigni dentro ai vini: alcune verità, molte bugie”,  ha riportato l’attenzione sulle troppe bufale, che contaminano la comunicazione del vino, soprattutto riguardo ai vitigni. Il vitigno come asseriva J.Guyot, è il “genio del vino” e gioca un ruolo determinante nella originalità organolettica, ma anche culturale. Strategico è fondere questi aspetti con la comunicazione del territorio. Il fascino di un vitigno dipende molto dall’età e storia, dagli usi e aneddoti, dai viaggi che il vitigno ha compiuto per raggiungere un certo luogo e dall’origine genetica e geografica. Esistono però delle complicanze  nelle Denominazioni e nell’identificazione, a causa di numerosissimi sinonimi (dovuti ai viaggi), ad altrettanti omonimi (per famiglie genetiche, come moscati Lambruschi o per rinomanza del vino: Tocai, Malvasie, Greci). Proprio a causa di queste prerogative si sono diffuse imprecisioni, leggende e bufale, dando origine ad un’elevata disinformazione. Tra gli errori di identificazione varietale più grossolani, la confusione tra Cabernet franc e Carmènere o le origini del Corinto delle Lipari, che in realtà è una mutazione senza semi del Sangiovese. Alcuni elementi di confusione riguardo soprattutto ad omonimi (le Malvasie ad es.) sono stati istituzionalizzati nel Registro Nazionale delle varietà di vite e relativa designazione dei vini, creando una mancanza di trasparenza che ci penalizza sul piano internazionale. Per comunicare correttamente il vitigno, si devono verificare le fonti d’informazione, accertandone le basi scientifiche e citandole; le origini devono essere indicate dalla genetica molecolare. In caso di omonimi usare le specificazioni che li identifichino (Malvasia del Chianti, Moscatello di Montalcino, Riesling renano, ecc). Il gran numero e complessità dei vitigni italiani non giustificano disinformazione e scarsa trasparenza. Rigore e trasparenza – ha concluso Anna Schneider –  sono valori imprescindibili in molti paesi esteri”.

IMG_5569Anche nel mondo del vino la comunicazione è pervasa da luoghi comuni. “Un Luogo comune – ha spiegato Francesco Iacono, direttore di Arcipelago Muratori e membro del Comitato tecnico scientifico ONAV – ha il significato di banalizzazione menzognera grazie al riciclo di falsità o di verità parziali comunemente prodotte in ambito non specialistico. Il sapere specialistico si dovrebbe basare su postulati di indubbia e comprovata scientificità o di corroborata documentazione. Spesso però il confine tra i saperi è molto più confuso e le invalicabili certezze scientifiche possono produrre luoghi comuni altrettanto pericolosi”. La lista dei luoghi comuni del vino è lunghissima: “meglio non mischiare il bianco con il rosso”, “il bianco deve essere dell’annata più recente, i vini del sud sono pesanti”, “il rosso va a temperatura ambiente”, “il vino più caro è il migliore”, ecc. Infiniti anche quelli che Iacono ha definito “mantra”: “come le viti vecchie fanno il vino migliore”, “l’aroma o sapore che richiama sostanze quali il petrolio, il ferro, la nafta; sensazione ricorrente in vini bianchi non integri e molto acidi, deriva al vino dal convergere della nota limoneggiante sul forte affumicato sulfureo; difetto grave di integrità”. Infine definizioni su tipologie inventate di sana pianta, ideologicamente scorrette e fantasiose: come il vino verticale ovvero la sagra dei luoghi comuni. “Ci sono i vini verticali (caratterizzati da purezza aromatica e precisione) di solito molto austeri nei primi anni di vita, ma con grandi capacità d’invecchiamento.  E poi ci sono i vini orizzontali. Quelli più piacioni, dal pH alto, belli “rotondi”. Pronti subito e dal cosiddetto gusto internazionale”.

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