I vini della Valsugana tra passato e futuro

Sul finire degli anni ’90 del secolo scorso grazie alla Fondazione Mach è stato avviato in Trentino un lavoro di recupero degli antichi vitigni diffusi nell’800 e buona parte del secolo successivo che rischiavano letteralmente di scomparire. Grazie a questo lavoro si è arrivati al riconoscimento e conseguente iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà d’uva di più di una decina di cultivar, tra cui, nel 2002, la Casetta e il Groppello di Revò a bacca rossa, cui sono seguiti tra il 2007 e il 2009 alcuni vitigni a bacca bianca come il Lagarino, la Verdealbara, il Maor, la Paolina; e negli anni successivi la Biancaccia, la Rossetta di Montagna, il Negrom (o Negrone) e altre varietà.

Nel corso del ‘800 e fino alla prima metà dell’900 la Valsugana rappresentava un areale vitato tra i più importanti del Trentino. Le malattie crittogamiche prima (la peronospora è documentata per la prima volta in Trentino nel 1883 proprio in Valsugana), la fillossera nel primo decennio del ‘900 e, non ultimo, il fronte della Grande Guerra che distrusse paesi e coltivazioni alimentando nell’immediato dopoguerra un flusso migratorio transoceanico forse addirittura superiore a quello avvenuto nei primi anni ’70 del secolo precedente, provocarono una crisi pressoché irreversibile della viticoltura valsuganotta.

In occasione del Festival dell’Uva organizzato dalla locale ApT in collaborazione con la Strada del Vino, Onav Trento è stato invitato a presentare alcuni di questi vitigni storici, tutti rigorosamente coltivati in Valsugana, pur se le uve sono lavorate in qualche caso da cantine fuori zona. I vitigni a bacca bianca presentano alcune caratteristiche comuni: precocità di maturazione e soprattutto buona o addirittura elevata acidità, che ne permettono anche una lavorazione spumantizzata metodo classico come nei campioni assaggiati di Spumante Brut Cimbrus – Dolomiti di Alfio Nicolodi (Cembra) dai sentori agrumati e gusto citrino grazie al 100% di Lagarino Bianco; o nel Blanc de Sers Brut Nature delle Cantine Monfort (Lavis), una cuveé a base di Verdealbara, Vernaccia, Nosiola.

La Vernaccia con la crisi della viticoltura ungherese a causa degli attacchi fillosserici, nel primo decennio del ‘900 trovò larga diffusione in Trentino chiamato a rispondere alla crescente domanda di vino dell’impero austro – ungarico e con questo vitigno si arrivò a produrre una media annua di circa 210 mila ettolitri di vino. In versione ferma e secca è stata proposta la Vernaza Zinesa 2017 dell’Azienda Agricola Rore di Franco Ferrai (Telve Valsugana), di buona finezza, nota acidula e di struttura leggera.

Per quanto riguarda i vitigni a bacca rossa, sono per lo più caratterizzati anch’essi da maturazione precoce e danno vini di pronta beva, di alcolicità contenuta, poveri di tannino e in qualche caso anche di materia colorante (Rossara; Pavana; San Lorenzo o Saint Laurent per la sua origine francese, pur arrivato in Trentino dall’Austria; Portoghese), discreta acidità e un leggero ammandorlato finale che li differenzia dalle Schiave. Fa eccezione la Negrara, che presenta anche un corredo fenolico più interessante, tale da essere qualificata già da Edmund Mach sul finire dell’800 “vino da pasto superiore” rispetto agli altri vini qui considerati, qualificati come “vini da pasto comuni”, e, per quanto riguarda la maggiore ricchezza antocianica, il Negron e anche la Turca.

Gli assaggi hanno riguardato un San Lorenzo 2017 Vigneti delle Dolomiti igt delle Cantine Monfort (Lavis); un Negron de Orzan 2017 delle Cantine Endrizzi (San Michele all’Adige); un Rosso Pavana Valsugana” 2015 Vigneti delle Dolomiti igt dell’ Azienda Agricola Poli Francesco (Santa Massenza); un Portoghese Lusitano bio 2015 dell’Azienda Agricola Baldessari – la Casa del Picchio Verde (Trento); e da ultimo un uvaggio di Rossara, Carmenere e Negrara: Poho Rosso della Cantina Furlani di maggiore struttura e forse più riconoscibile ad un gusto corrente.

Tutti questi vini ed altre varietà storiche presenti in Trentino in maniera non estemporanea fino alla Grande Guerra, fanno parte del progetto i Vini dell’Angelo; un progetto che ne ha curato il reimpianto, la coltivazione, la vinificazione e la successiva commercializzazione tramite Proposta Vini, salvaguardando una biodiversità viticola e nel contempo restituendo una nuova dignità a vini che erano stati dimenticati dal mercato pur avendo fatto la storia della viticoltura trentina.

La serata si è conclusa con uno sguardo al futuro, perché la Valsugana ha ancora grandi potenzialità enologiche da esprimere, soprattutto per i vitigni a bacca bianca. Sono stati proposte due ottime interpretazioni di Trentodoc:  un Lagorai Vino Spumante di Qualità Metodo Classico Millesimato (100% Chardonnay) della Cantina Romanese (Levico) che affina per alcuni mesi i propri spumanti sul fondo del lago di Levico, a temperature relativamente basse di 8°C costanti per tutto l’anno, con una pressione dell’acqua sul tappo corona che impedisce qualsiasi perdita di pressione interna e pare consenta la formazione di un perlage più fine e cremoso; e un Trento doc Mach Rosè della Fondazione E. Mach (San Michele all’Adige), 100% Pinot Nero coltivato in Valsugana nel campo sperimentale di Vigalzano di Pergine.

Gianfranco Betta

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