Un brindisi con le nuove cantine dell’Istituto Trentodoc

Tra il 1871 e il 1880 a San Michele all’Adige, contestualmente all’apertura del nuovo Istituto Agrario, viene predisposto un campo sperimentale di quasi 5 ettari con ben 502 varietà presenti (460 europee e 42 americane). Mentre alcuni vitigni sono presenti con un paio di ceppi, altri, considerati più interessanti per il Tirolo meridionale, di cui fa parte il Trentino, prevedono tra i 400 e gli 800 ceppi, in modo da poter garantire una quantità di uva sufficiente ad una vinificazione significativa. Tra queste varietà sono contemplate il “Borgogna bianco” (vale a dire Chardonnay e Pinot Bianco, che solamente un secolo più tardi cominceranno ad essere differenziati dai vivaisti) e il “Borgogna Nero”, cioè il Pinot Nero. Nella Relazione del 1899 sui primi 25 anni dell’Istituto apprendiamo che “nei territori viticoli più elevati (in parte Val Sugana, valle dell’Isarco) si fece sentire il bisogno dell’introduzione di varietà più corrispondenti e coll’appoggio delle due sezioni del Consiglio prov. d’Agricoltura si fecero in quelle località parecchie piantagioni sperimentali, fra le quali alcune di qualche entità. In particolar modo si mostrarono adatte per quelle regioni il Sylvaner verde, il Ruländer, il Borgogna Bianco, il Riesling italico, il Borgogna Nero”.

Quindi Chardonnay e Pinot Nero, seppure in aree circoscritte, fanno la loro comparsa in Trentino negli ultimi decenni dell’800. Non a caso un’etichetta del 1899 testimonia come Arminio Valentini di Calliano commercializzasse il proprio “Champagne” alla corte di Vienna. Nei primissimi anni del ‘900 Giulio Ferrari, neodiplomato a San Michele nel 1897, produce nella sua Calceranica in Valsugana le prime 200 bottiglie di metodo classico, premiato con medaglia d’oro all’Expo Universale di Milano nel 1906. Ma si tratta di pionieri senza un seguito. Basti dire che quando Giulio Ferrarri tra il 1952 e il 1953 vende la propria casa spumantistica alla famiglia Lunelli produce annualmente in modo artigianale non più di 10 mila bottiglie. E bisognerà attendere il 1964 perchè ai Lunelli si affianchi una seconda realtà spumantistica, l’Equipe 5, frutto dell’intesa di 5 amici diplomatisi anch’essi a San Michele. Nel frattempo peraltro, grazie a Nereo Cavazzani di Avio, ma diplomatisi enologo a Conegliano nel 1940, e approdato in Cavit nel dopoguerra, aveva preso piede il metodo charmat, inizialmente con delle partite di Nosiola e successivamente privilegiando altri vitigni bianchi, soprattutto il Müller Thurgau.

Nel 1974 i produttori che in Trentino si stanno cimentando con il metodo classico saranno già una decina. Indice di come si avviasse a conclusione l’impostazione seguita al rinnovo postfillosserico del vigneto trentino conclusasi solamente tra gli anni ’20 e ’30 e che aveva lasciato per strada la maggior parte dei vitigni tradizionali (nel 1884 ne erano stati censiti ben 51, di cui 26 a bacca bianca) privilegiandone solo alcuni soprattutto a bacca nera. Essenzialmente Schiave, Teroldego, Lambruschi “a foglia tonda e a foglia frastagliata” (attuali Casetta ed Enantio), Merlot, Marzemino. Non a caso tra gli anni ’30 e i ’70 del secolo scorso poco meno dei tre quarti della produzione trentina sono riconducibili a varietà a bacca nera. Un rapporto che oggi si è rovesciato in pari misura.

E’ lungo gli anni ’60 che si incomincia a spingere verso varietà a bacca bianca, che in pochi anni finiranno con il sostituire quasi completamente i Lambruschi in Vallagarina con il Pinot Grigio; le Schiave in Valle di Cembra con il Müller Thurgau; e una diffusione a macchia di leopardo dello Chardonnay: i tre vitigni oggi maggiormente coltivati, che fanno della viticoltura trentina  una viticoltura soprattutto di vini bianchi. Con il Trentodoc a rappresentarne la proposta più riconoscibile, diventato il vino bandiera dell’enologia locale.

Nel 1984 nasce l’Istituto Trentodoc. Nel 1993 la doc Trento. Del 2007 il marchio collettivo Trentodoc. 37 le case spumantistiche aderenti nel 2011, che salgono a 42 nel 2016 e a 54 nell’ultimo anno, in grado di garantire annualmente poco meno di 10 milioni di bottiglie, il 60% peraltro prodotte da Casa Ferrari, capace di giocare un ruolo di traino del Marchio unanimemente riconosciuto.

Per festeggiare le case spumantistiche che hanno aderito all’Istituto Trentodoc nell’ultimo triennio, Onav Trento ha organizzato una serata con dieci di questi produttori. Il claim dell’Istituto riferito al Trento doc è “spumante di montagna”, riferendosi alla sua freschezza e sapidità, indice di una struttura importante. E in effetti questo è stato il minimo comune denominatore di questi assaggi, che hanno spaziato in tutti gli areali del Trentino. Iniziando dalla Valsugana con l’Azienda Agricola Cenci di Castelnuovo con un Brut Nature di solo Chardonnay, agrumato e  molto interessante al naso, e Terrre del Lagorai con il Brut “Franz” Rosè di  solo Pinot Nero, di un bel rosa corallo, da suoli porfirici ad accentuarne freschezza e sapidità. Per approdare in Valle di Cembra con il Brut Salìsa 2015 di Villa Corniole, 100%  Chardonnay da terreni calcarei e il Brut “Corvèe”  Rosè con un 60% di Pinot Nero, definito dal produttore “verticale come un sodatino sull’attenti”. Entrambi caratterizzati da un passaggio in legno “che rilassa il vino, mentre nell’acciaio rimarrebbe più nervoso”.

Dalla zona di Trento, con le sue colline a Chardonnay, un fresco Brut Mirì della cantina omonima, ottimo anche come aperitivo; e il Brut Altilia 2015 di LeVide, di buona struttura con sentori di biscotto e pasta frolla. Poco più a nord, da San Michele la Cantina Ress con il suo Brut “Ress” 2016, un terzo di Pinot Nero, uso discreto del legno, con la malolattica svolta per un risultato di eleganza ed equilibrio. Da Lavis l’Extrabrut “Pernilo” 2013 dell’Azienda Agricola Bolognani, fresco, fruttato e minerale, di solo Chardonnay, con 60 mesi sui lieviti a conferire struttura e persistenza. Dalla Valle dei Laghi o meglio dalla “valle del vento” di Cavedine, ottima per il Pinot Nero, un prodotto particolare della cantina Pravis, che in questi 40 anni di attività ci ha abituato alle costanti innovazioni. Da terreni calcarei, garanzia di struttura, un Pinot Nero che, da un iniziale colore buccia di cipolla in post pressatura, con l’affinamento e un passaggio in legno assume un color oro particolare che ne giustificano il nome: Extrabrut “Blau dorè” 2016, con il frutto perfettamente riconoscibile unito ad una mirabile eleganza.

Da terreni in quota sopra Ala, nella Bassa Vallagarina, un altro Trento doc intrigante, il Pas Dosè “Giulio Larcher” 2013, un 70% Chardonnay e un 30% Pinot Nero, della Tenuta Maso Corno gestita da Giulio Larcher, con lo Chardonnay fermentato e affinato fino al tiraggio in legno, che, grazie anche agli oltre 5 anni sui lieviti, conferisce al prodotto finale una struttura e una complessità uniche.  

Gianfranco Betta         

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