Webinar ONAV: con Gianpiero Gerbi alla scoperta del Moscatello di Taggia

In un celebre cartone animato Asterix e Obelix, i due galli più irriducibili, devono superare dodici fatiche per non diventare schiavi di Cesare ed essere considerati divinità.

Una di queste fatiche consiste nel non rimanere prigionieri delle sacerdotesse dell’Isola del Piacere. Una volta scoperto che le sacerdotesse avevano nel menù solo nettare e ambrosia degli déi, Obelix si arrabbia e decide di andar via. Una mossa alquanto affrettata. Sono convinta che Obelix sarebbe rimasto se avesse saputo cos’era “l’ambrosia degli déi”: il Moscatello di Taggia.

Si tratta di un vitigno molto prezioso, molto raro e poco conosciuto, che fin dal 2006 ha attirato l’attenzione dell’ enologo Gianpiero Gerbi, allora alla ricerca di un argomento per la sua prima tesi di laurea alla facoltà di agraria dell’Università di Torino. La scienza genetica gli è subito venuta in soccorso, facendogli scoprire che il Moscatello è un vitigno a sé rispetto al comune Moscato, si tratta di una varietà detta “Moscato bianco”.

Uguale genoma, diverso fenotipo. Questo vitigno contribuisce a rendere Taggia, città di circa quattordicimila abitanti nell’ovest della riviera ligure, un luogo imperdibile per gli amanti del vino. In particolare dalle uve si ricava un ottimo Passito, dolce e molto alcolico da viti coltivate in montagna (sopra i 220 metri sul livello del mare) e un Moscatello secco da vigneti sulla costa (fra 50 e 219 metri dal livello del mare).

Quattordici anni fa inizia, appunto, un certosino lavoro di ricerca dei vecchi ceppi di Moscatello fra la valle Armea e la valle Argentina. Tra i vigneti a uso familiare ci sono vecchie varietà del vitigno: la Cruairola, la Massarda e alcuni rari ceppi di Moscatello. Dopo l’esame delle malattie delle piante, se ne salva solo una, da allora denominata “Pianta Madre”, la Ceriana, che a prima vista sembra un comune albero più basso del normale. L’impulso alla viticoltura in Liguria si ebbe grazie all’incontro con i coloni greci nel IV secolo a. C., ma la coltura/cultura del Moscatello iniziò solo nel basso Medioevo, grazie ai monaci.

Infatti, a essere pignoli, non avrei dovuto dire “lavoro certosino di ricerca”, bensì “lavoro cistercense”. Dal monastero di Cluny, questi solerti uomini di Dio diedero nuovo impulso alla viticultura, attraverso nuove tecniche agricole. Attorno al vino si creò tutto un indotto economico che ancora oggi, in parte, sopravvive, bottegai, commercianti, addetti alla logistica. Per una prima normativa specifica in materia vinicola bisognerà attendere il XV secolo, in cui le grandi esplorazioni incentivarono il commercio e divenne necessario regolarizzarlo in tutti suoi aspetti. Nello stesso momento, Taggia cercò di sottrarsi alle ingerenze della Chiesa, tramite accordi con la Repubblica di Genova. Due secoli dopo gli agricoltori iniziarono a investire nell’olio, spinti dalla forte richiesta di grassi vegetali per la conservazione dei cibi.

Così, diventano tre le eccellenze dell’agricoltura di Taggia: l’olio, i fiori e il vino. Ma solo quest’ultimo sembra in grado di fare da traino all’economia locale, poiché gli altri due settori subiscono troppo forte la concorrenza dei mercati esteri, per esempio l’olio tunisino. Tuttavia, bisogna proteggere il tesoro rappresentato dal Moscatello e abbattere gli ostacoli burocratici che ne rendono ad oggi difficile la coltivazione, a causa di un problema di distribuzione degli ettari con un criterio non meritocratico. Per questi motivi, nel 2014, un manipolo di irriducibili, fonda l’Associazione Produttori Moscatello di Taggia, che ad oggi conta 14 produttori, ma è in espansione.

Nonostante la pandemia si sia abbattuta su di noi, Gianpiero Gerbi vuole concludere con un segnale di speranza: nel 2021 il turismo enogastronomico sarà in crescita e anche Taggia, grazie al proprio vitigno simbolo, avrà così un’opportunità in più di rilancio.

Cecilia Alfier