Vini non Convenzionali: espressione del vignaiolo e ricchezza sensoriale

Quando si parla di vino sempre più spesso ci si riferisce alla categoria definita dei “Vini non Convenzionali”, bevande che stanno quasi riscoprendo viticoltura ed enologia legate alle origini.

E’ però un universo abbastanza confuso, sia dal punto di vista legislativo che per la difficoltà nel valorizzare tale prodotto. Un’immagine più concreta viene fornita dai numeri che si riferiscono solamente al reparto dei vini biologici, in quanto si tratta dell’unica certificazione disponibile tra i vini non convenzionali.

Vigneti della fondazione Edmund Mach

I recenti dati statistici forniti da Il Corriere Vinicolo, relativi al 2017, riportano una coltivazione mondiale dedicata al biologico di circa 400.000 ettari, pari al 5,5% del vigneto totale. In lineare aumento se si pensa che nel 2007 rappresentava solo l’1,6%. È risultato inoltre un maggiore impegno nella conversione al biologico da parte di Spagna, Italia e Francia, ipiù grandi paesi viticoltori al mondo,che rappresentano il 71% della superficie biologica totale.

Nello specifico in Italia, dal 2000 al 2017, la superficie impiegata per la coltivazione biologica di uva da vino è aumentata e ad oggi si aggira intorno al 16% del terreno totale coltivato a vite con circa 104.000 ettari. Un dato in costante crescita, quindi, ma come si stanno muovendo le regioni di anno in anno?

Prendendo in considerazione i dati Sinab e Agea, Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica la prima e Agenzia per le erogazioni in agricoltura la seconda, relativi al 2018 e confrontandoli con quelli del 2017 si evince una variazione totale dell’1% in cui rientrano positivamenteregioni quali Campania (+37%), Veneto (+ 30%) e Trentino (+ 21%) mentre si riscontra una diminuzione in Valle d’Aosta (-18%), Sicilia (-15%) e Lazio (-9%).

Un’ interessante statistica svolta da un gruppo di paesi anglosassoni ha ideato l’acronimo SOLA per l’identificazione di vini sostenibili, biologici, a basso grado alcolico ed alternativi con l’obiettivo di definire un indice di opportunità nei confronti del vino convenzionale. Ne risulta al primo posto il vino biologico con +48%, che indica una forte possibilità di essere scelto rispetto ad un vino convenzionale.

Mentre l’International Wine and Spirits Record, fonte di riferimento in fatto di tendenze delle bevande alcoliche nel mondo, segnala una crescita del 210% delle vendite di biologico negli ultimi dieci anni, mentre il mercato del vino globale flette del 3%. Il mondo del vino biologico continua ad essere una nicchia del mercato globale vitivinicolo aggirandosi intorno al 2-3% ed un valore di 4 miliardi di euro.

Alice Feiring

Oltre al mondo dei biologici, oggi si sta affermando un’ulteriore classificazione, quella dei “vini naturali” . Al grande pubblico questo argomento è probabilmente giunto nel 2011, dopo la pubblicazione del libro “Naked Wine: Letting Grapes Do What Comes Naturally” di Alice Feiring, giornalista ed editorialista di vini e viaggi oltre ad essere una nota sostenitrice del vino “naturale”. Con questo libro ha messo le basi per la discussione, riportandoci nel Beaujolais degli anni settanta dove un gruppo di viticoltori inizia a produrre e a convertire i vigneti da convenzionali a biologici, ispirandosi all’esperienza del chimico/ricercatore e produttore Jules Chauvet che, proprio nel Beaujolais, vinificava senza l’utilizzo di additivi ottenendo un vino “vivo”.

Jules Chauvet

Chauvet, non è stato solo un grande viticoltore, si è inoltre distinto per essere uno dei più celebri assaggiatori francesi. Con il suo approccio scientifico ha influenzato profondamente la degustazione moderna, sottolineando nel degustatore il ruolo di identificazione e registrazione degli odori specifici presenti nel vino. Secondo Chauvet un bravo degustatore deve attribuire specificatamente il frutto o il fiore che ritrova nel bicchiere, non può limitarsi a designarne solo la categoria di appartenenza.

Nicholas Joly

Così per migliorare le sue doti olfattive, Chauvet ogni anno trascorreva del tempo a Grasse, capitale francese dei profumi, in compagnia dei maestri profumieri. Attorno a questi vini non convenzionali scuotono grande importanza le Associazioni di produttori. Tra le più importanti a livello internazionale Renaissance des Appellations fondata nel 2001 dal viticoltore francese, biodinamico per eccellenza, Nicholas Joly vede tra gli associati una trentina di produttori italiani che si ispirano ai principi di agricoltura biodinamica sia in vigneto che in cantina.

In Italia varie sono le organizzazioni che si occupano di queste tematiche, di seguito alcune definizioni di vino “naturale”. Secondo ViniVeri, tra le associazioni più importanti in fatto di vini “naturali”, la finalità principale è quella di “ottenere un vino senza accelerazione e stabilizzazione, recuperando il miglior equilibrio tra l’azione dell’uomo ed i cicli della natura, attraverso la coltivazione di vitigni autoctoni , vendemmia manuale, utilizzazione esclusiva di lieviti indigeni presenti sull’uva ed in cantina, fermentazione senza controllo di temperatura ed esclusione di ogni azione chiarificante e della filtrazione che alteri l’equilibrio biologico e naturale dei vini.”

Sorgente di Vino, progetto di comunicazione, ne dà una definizione molto più complessa “ Il vino naturale è integro e vitale perché ottenuto da uve da agricoltura biologica o biodinamica, anche autocertificata. E’ un prodotto ottenuto dal vignaiolo che le coltiva direttamenteo, nel caso le acquisti, le seleziona da vigneti di produttori biologici o biodinamici dello stesso territorio per un massimo del 30 %.

Il vino è ottenuto tramite fermentazioni spontanee, senza l’utilizzo di lieviti o batteri selezionati in laboratorio e senza l’aggiunta di nessuno degli additivi o coadiuvanti enologici ammessi dal disciplinare convenzionale e anche da quello del vino bio o biodinamico in vinificazione, maturazione e affinamento. E’ esente da manipolazioni e trattamenti chimici/fisici invasivi ammessi dai disciplinari di vini convenzionali o bio. E’ ammessa nei vini una quantità di solfiti, anidride solforosa totale all’imbottigliamento, pari alla quantità prodotta naturalmente dal vino o leggermente aggiunto all’imbottigliamento.”

Il dibattito è quindi ancora aperto e molte sono le correnti di pensiero. Aldilà di ogni definizione, più o meno articolata, tuttavia, bere vino “naturale” significa gustare il frutto del lavoro di un piccolo artigiano che, del suo essere piccolo, ne ha fatto una ricchezza, scegliendo il microclima perfetto da curare, difendendo l’unicità del suo territorio e rendendo la propria diversità un valore.

Miriam Ardigò

11 thoughts on “Vini non Convenzionali: espressione del vignaiolo e ricchezza sensoriale”

  1. Pingback: gomovies-online.me
  2. Pingback: replica watch
  3. Pingback: w88
  4. Pingback: best online wigs
  5. Pingback: 토토사이트

Comments are closed.