Quando si parla di vino sempre più spesso ci si riferisce alla categoria definita dei “Vini non Convenzionali”, bevande che stanno quasi riscoprendo viticoltura ed enologia legate alle origini.
E’ però un universo abbastanza confuso, sia dal punto di vista legislativo che per la difficoltà nel valorizzare tale prodotto. Un’immagine più concreta viene fornita dai numeri che si riferiscono solamente al reparto dei vini biologici, in quanto si tratta dell’unica certificazione disponibile tra i vini non convenzionali.

I recenti dati statistici forniti da Il Corriere Vinicolo, relativi al 2017, riportano una coltivazione mondiale dedicata al biologico di circa 400.000 ettari, pari al 5,5% del vigneto totale. In lineare aumento se si pensa che nel 2007 rappresentava solo l’1,6%. È risultato inoltre un maggiore impegno nella conversione al biologico da parte di Spagna, Italia e Francia, ipiù grandi paesi viticoltori al mondo,che rappresentano il 71% della superficie biologica totale.

Prendendo in considerazione i dati Sinab e Agea, Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica la prima e Agenzia per le erogazioni in agricoltura la seconda, relativi al 2018 e confrontandoli con quelli del 2017 si evince una variazione totale dell’1% in cui rientrano positivamenteregioni quali Campania (+37%), Veneto (+ 30%) e Trentino (+ 21%) mentre si riscontra una diminuzione in Valle d’Aosta (-18%), Sicilia (-15%) e Lazio (-9%).

Mentre l’International Wine and Spirits Record, fonte di riferimento in fatto di tendenze delle bevande alcoliche nel mondo, segnala una crescita del 210% delle vendite di biologico negli ultimi dieci anni, mentre il mercato del vino globale flette del 3%. Il mondo del vino biologico continua ad essere una nicchia del mercato globale vitivinicolo aggirandosi intorno al 2-3% ed un valore di 4 miliardi di euro.

Oltre al mondo dei biologici, oggi si sta affermando un’ulteriore classificazione, quella dei “vini naturali” . Al grande pubblico questo argomento è probabilmente giunto nel 2011, dopo la pubblicazione del libro “Naked Wine: Letting Grapes Do What Comes Naturally” di Alice Feiring, giornalista ed editorialista di vini e viaggi oltre ad essere una nota sostenitrice del vino “naturale”. Con questo libro ha messo le basi per la discussione, riportandoci nel Beaujolais degli anni settanta dove un gruppo di viticoltori inizia a produrre e a convertire i vigneti da convenzionali a biologici, ispirandosi all’esperienza del chimico/ricercatore e produttore Jules Chauvet che, proprio nel Beaujolais, vinificava senza l’utilizzo di additivi ottenendo un vino “vivo”.

Chauvet, non è stato solo un grande viticoltore, si è inoltre distinto per essere uno dei più celebri assaggiatori francesi. Con il suo approccio scientifico ha influenzato profondamente la degustazione moderna, sottolineando nel degustatore il ruolo di identificazione e registrazione degli odori specifici presenti nel vino. Secondo Chauvet un bravo degustatore deve attribuire specificatamente il frutto o il fiore che ritrova nel bicchiere, non può limitarsi a designarne solo la categoria di appartenenza.

Così per migliorare le sue doti olfattive, Chauvet ogni anno trascorreva del tempo a Grasse, capitale francese dei profumi, in compagnia dei maestri profumieri. Attorno a questi vini non convenzionali scuotono grande importanza le Associazioni di produttori. Tra le più importanti a livello internazionale Renaissance des Appellations fondata nel 2001 dal viticoltore francese, biodinamico per eccellenza, Nicholas Joly vede tra gli associati una trentina di produttori italiani che si ispirano ai principi di agricoltura biodinamica sia in vigneto che in cantina.


Il vino è ottenuto tramite fermentazioni spontanee, senza l’utilizzo di lieviti o batteri selezionati in laboratorio e senza l’aggiunta di nessuno degli additivi o coadiuvanti enologici ammessi dal disciplinare convenzionale e anche da quello del vino bio o biodinamico in vinificazione, maturazione e affinamento. E’ esente da manipolazioni e trattamenti chimici/fisici invasivi ammessi dai disciplinari di vini convenzionali o bio. E’ ammessa nei vini una quantità di solfiti, anidride solforosa totale all’imbottigliamento, pari alla quantità prodotta naturalmente dal vino o leggermente aggiunto all’imbottigliamento.”
Il dibattito è quindi ancora aperto e molte sono le correnti di pensiero. Aldilà di ogni definizione, più o meno articolata, tuttavia, bere vino “naturale” significa gustare il frutto del lavoro di un piccolo artigiano che, del suo essere piccolo, ne ha fatto una ricchezza, scegliendo il microclima perfetto da curare, difendendo l’unicità del suo territorio e rendendo la propria diversità un valore.
Miriam Ardigò


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