Un legame molto stretto con ONAV e il desiderio di tornare a tempi più consoni alle degustazioni.Con questo spirito vi proponiamo un’intervista al produttore Daniele Ricci, effettuata durante la manifestazione Derthona 2.0, tenutasi ai primi di febbraio a Tortona.
I suoi vini sono spesso presenti alle lezioni dei corsi di primo livello in alcune delegazioni lombarde e l’anno scorso, il 12 marzo 2019, Daniele è stato invitato a una serata di degustazione a Milano, condotta dal Presidente Vito Intini, a tema Orange Wines e bianchi da macerazione, i cui sono stati serviti due suoi prodotti: il Colli Tortonesi Timorasso DOC “San Leto Etichetta Blu” 2012, tre giorni di macerazione sulle bucce e vinificazione in acciaio, e il “Giallo di Costa” 2013, sempre Timorasso con 90 giorni di macerazione sulle bucce a cappello sommerso e affinamento in serbatoi d’acciaio da 25 o 30 hl.
Specializzato in Timorasso, un vitigno “con cui si possono fare delle cose che con gli altri non sono possibili”, come egli stesso affermò durante questa interessante monografica, proprio a causa delle caratteristiche organolettiche e la sua longevità, Daniele coltiva anche Barbera e Croatina, sebbene il suo interesse di sperimentatore sia focalizzato sull’autoctono a bacca bianca dei Colli Tortonesi, ultimamente oggetto di un’attenta valorizzazione grazie alla volontà del Consorzio stesso.
L’azienda Ricci si trova a Costa Vescovado, in provincia di Alessandria, in valle Ossona, che è la più vicina alla Liguria e dunque all’influenza, seppur labile, del mare: si tratta di circa 11 ettari a corpo unico, il solo modo, a suo dire, per avere il vino pulito.
Ma cosa si intende con questa espressione? “Si tratta di una filosofia, di un modo di lavorare e vivere diverso, che va al di là dell’essere un’azienda biologica. Tutto è nato quando mio figlio a tre anni – ora ne ha 23 – mi chiese perché non poteva mangiare le ciliegie che erano sugli alberi di fronte al vigneto: io avevo appena effettuato un trattamento sistemico in vigna e temevo di avvelenarlo, quindi questa richiesta mi fece riflettere, pertanto decisi di cambiare direzione. Lavorare pulito non significa tuttavia meno controlli: ogni anno effettuo microanalisi da cui risulta che i residui presenti sono di valore inferiore a 1; d’altro canto non faccio né chiarifiche né filtrazioni, né utilizzo lieviti selezionati. E’ il mio personale contributo a ripulire il modo di vivere e lavorare, nel dare una mano.”
Il Timorasso di Daniele, in tutte le sue sfaccettature è così molto particolare: la macerazione sulle bucce viene sempre praticata, dai tre giorni in poi, ma diversi sono i vasi vinari per vinificazione e affinamento; si va dal serbatoio di acciaio all’anfora di Impruneta, “tre da 1000 lt e rigorosamente non trattate perché la cera potrebbe lasciare residui organolettici sul vino” – ci spiega – fino alle botti di acacia o di castagno, come per il suo “Io cammino da solo”, dallo splendido quanto complesso bouquet.
Inoltre il legno utilizzato è piegato soltanto a vapore perché la tostatura potrebbe pesantemente inficiare le caratteristiche sensoriali del Timorasso. “Non uso tini aperti – prosegue Daniele – non cerco volutamente l’ossidazione, l’importante è che il mio vino prima piaccia, poi descrivo la sua lavorazione; è troppo facile trovare i difetti se si parla prima di come viene fatto”.


E il rapporto con Onav? Daniele non esita ad affermare “ad Onav devo tutto, il legame è molto stretto grazie ad una persona particolare, seria e di grande altezza morale, difficilmente riscontrabile”, persona che non vuole essere nominata e si definisce semplicemente “un lontano parente d’un produttore di Timorasso, quando questo vino era venduto in Germania col nome di “Torbolino” come base spumante”.
Un grande riconoscimento dunque per l’associazione e uno stimolo ad andare avanti.
Vittoria Rosapane






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