Aglianico coast to coast

Dalla Calabria al Molise, si contano 3 docg, 16 doc e ben 44 igt dove la presenza dell’Aglianico è esclusiva o prevalente. Sono lontani gli anni in cui questo vitigno ha rischiato di scomparire ed è stato rivitalizzato da alcuni pionieri.Pensiamo in particolare per il Vulture a Pino Paternoster, morto nel 2011 a 92 anni, enologo diplomatosi a Conegliano Veneto e compagno di studi di Giobatta Garbellotto che gli costruirà le botti nell’immediato dopoguerra, fautore della doc Aglianico del Vulture negli anni ’70, “patriarca indiscusso e artefice della storia dell’Aglianico del Vulture”.

O per il Taurasi Antonio Mastroberardino, “il guru dei vini campani e papà dell’Aglianico”, che con il suo Aglianico Taurasi Radici, uscito per la prima volta nel 1986, è diventato un sicuro riferimento per tutta la viticoltura irpina e non solo. Nel 1986 nasce  Feudi di San Gregorio, altro marchio simbolo del rinascimento enologico del meridione d’Italia, in particolare dell’Irpinia e oggi cuore di un gruppo di cantine tra Campania, Toscana, Friuli, Puglia, Basilicata che produce poco meno di quattro milioni di bottiglie.

Senza dimenticare la Scuola Statale di Viticoltura e di Enologia di Avellino, tra le prime scuole del Regno d’Italia fondata nel 1878, due anni dopo Conegliano Veneto e quattro anni dopo l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige (ma il Trentino era allora provincia austriaca…), dove Mario Soldati nel 1968, accolto dal professor Cassano, ha l’occasione di bere il suo primo bicchiere di Aglianico che gli ricorda “certi Barbaresco e certi Gattinara”, vale a dire dei Nebbiolo, e che non esita a definire “un vino di prima classe: un grand vin”.

Negli anni più recenti è doveroso menzionare anche Luigi Moio, “il professore”, come viene spesso appellato con deferenza dai suoi interlocutori, che prima di realizzare nel 2011 “il sogno di una vita” con la propria cantina Quintodecimo a Mirabella Eclano, dagli anni ’90 in poi grazie alle sue  consulenze ha favorito il consolidarsi di numerose realtà, ad iniziare da Antonio Caggiano, già affermato fotografo che realizza proprio nel 1990 la sua cantina “un po’ per gioco e un po’ per scommessa”; ma anche di altre famose cantine dell’Irpinia come le Cantine del Notaio, ma non solo: la Cantina del Taburno, Marisa Cuomo sulla costiera amalfitana, Luigi Maffini nel Cilento.

Aglianico coast to coast dal Tirreno all’Adriatico lungo il 41° parallelo della dorsale appenninica (chè l’Aglianico è vitigno di colline con inverni anche rigidi ed estate ventilate ed escursioni termiche in prevendemmia e che poco ama le estati torride del piano) è la serata organizzata da ONAV Trento per meglio conoscere questo vino: dal Cilento doc Aglianico “Cenito” 2015 (bio) di Luigi Maffini;  alle Murge pugliesi con due Castel del Monte Aglianico doc: il “Bocca di Lupo” 2014 (bio) di Tormaresca del Gruppo Antinori e il Riserva”Cappellaccio” 2012 della Cantina Rivera.

Passando per i terreni di antichi vulcani che l’Aglianico ama particolarmente, al pari dei terreni calcareo argillosi: Roccamonfina Igt “PHOS” 2015 (bio in anfora) dell’azienda I Cacciagalli di Diana Iannaccone;  Taburno Riserva docg “Delius” 2013 della Cantina del Taburno; ben tre eccellenze del Taurasi docg (“Vigna Macchia dei Goti” 2014 – Cantine Antonio Caggiano; Riserva “Piano di Montevergine” 2012 di Feudi di San Gregorio; Riserva “Radici” 2012 di Mastroberardino); per chiudere con il Vulture doc e docg, con la testimonianza di due belle realtà al femminile che non hanno voluto rinunciare ai vitigni di famiglia che altrimenti rischiavano l’abbandono: il doc “Titolo” 2015 (bio) di Elena Fucci e il Riserva docg Stupor Mundi 2013 della Cantina Carbone Vini dei fratelli Luca e Sara.  

L’Aglianico è un vitigno ricco di polifenoli (peraltro anche di antociani, a differenza del Nebbiolo, sicchè non avremo mai di fronte un vino rubino scarico, ma piuttosto di una fittezza cromatica quasi impenetrabile), di acidità e buona dotazione zuccherina, vale a dire che non gli manca nulla per produrre un grande rosso capace di sfidare il tempo. Anche se come tutte le uve acido tanniche ha bisogno di un lungo affinamento (soprattutto in legno) per smussarne le spigolosità, domarne i tannni e ricavarne un vino dotato di struttura ma elegante, avvolgente e caldo, sempre compensato da freschezza.

Nelle versioni più giovani prevalgono note di fruttato come ciliegie, more, fragola e lampone che poi virano su toni più maturi di prugne in confettura. Con un affinamento più prolungato note di pepe e radici di liquirizia e rabarbaro, spezie dolci di cardamomo e anice stellato, ma pure tabacco, cuoio, caffè e ovviamente cacao.
Lo spazio non ci consente di soffermarci sui singoli campioni, giudicati dal numeroso pubblico di onavisti presenti, vini eleganti, con impatti olfattivi avvolgenti tra il fruttato e lo speziato, caldi e di ottima persistenza; tutti caratterizzati da strutture importanti. Invece vale la pena di spendere alcune parole sulle tecniche di produzione di questi dieci produttori alla ricerca di costanti o approcci più personali che facciano meglio comprendere il frutto del loro lavoro.

Innanzi tutto basse rese entro un range tra i 50 e i 70 quintali/ha accompagnate da relativamente alta densità di impianto (4.500- 5.000 ceppi) con preferenza per il guyot, anche corto detto “capanno” nel Vulture, e in minor misura cordone speronato. Vendemmie tardive: dalla terza settimana di ottobre (“Cenito” nel Cilento, “Cappellaccio” nelle Murge) ai primi di novembre (“Delius” della Cantina del Taburno). Macerazioni medio – lunghe con regolari rimontaggi piuttosto che follature, prevalentemente sui 15 – 20 gg. con un minimo di un paio di settimane e un max di 30 gg (ancora rispettivamente “Cenito” di Luigi Maffini e “Delius”). Fermentazione in acciaio a temperatura controllata sui 25°C, con un minimo di 20 – 22°C (“Titolo” di Elena Fucci) e un max di 28°C (“Cappellaccio” di Rivera). Affinamento in legno, soprattutto barrique nuove o di secondo passaggio per 12-18 mesi, meno tonneaux e botti di Slavonia di maggiore capienza. Per le docg Taurasi di Feudi e Mastroberardino, ma anche il don Anselmo di Paternoster nel Vulture o il “Cappellaccio” di Rivera per la doc Castel del Monte, sia barrique che botti grandi.
Da ultimo una crescente attenzione a coltivazioni sostenibili, con 4 produttori su 10 certificati bio.

A conclusione della serata alcuni abbinamenti con prodotti lucani che hanno vieppiù esaltato questi magnifici 10 Aglianico: formaggi affinati da Nicola Mastrangelo di Moliterno (Caciocavallo lucano semipiccante di latte di razza podolica; Filiano dop di latte ovino intero crudo; Moliterno igp e Moliterno Ubriaco, affinato nelle vinacce di Aglianico, di latte ovicaprino) e salumi del Salumificio Don Francesco di Stigliano, presidio Slow Food: Pezzente della montagna materana con i tagli meno nobili del maiale lavorati a grana grossa con sale, peperone macinato di Senise (dolce), semi di finocchietto selvatico e aglio; Soppressata e Salsiccia stagionata dolce ottenute dalla coscia e altre parti nobili del suino nero lucano.

Gianfranco Betta