Cronache enologiche al tempo di Covid 19: l’amore per il territorio dell’Azienda Calatroni

A Montecalvo Versiggia l’azienda agricola Calatroni è una piccola realtà dell’Oltrepò Pavese a gestione familiare, come la maggioranza in ambito vitivinicolo, e non solo, in Italia: da sette generazioni tale famiglia coltiva gli stessi vigneti e la sua presenza nel territorio è accertata dalla metà circa dell’Ottocento.

Stefano, che insieme al fratello Cristian, regge attualmente le sorti dell’azienda, racconta che nel 1964 il nonno Luigi, a seguito dell’abolizione della mezzadria, diventa proprietario di quei terreni coltivati fino ad allora da mezzadro, rilevando anche la cascina. Nel periodo del boom economico avviene un cambio di gestione, a seguito di incomprensioni familiari, che vede un avvicendamento al femminile: l’intestataria dell’azienda diventa Marisa, moglie di Fausto, figlio di Luigi, e si occupa di tutto, dalla campagna alla vinificazione, aiutata dal suocero.

I nipoti Stefano e Cristian, con formazione specifica nel settore, sono subentrati nella gestione da 15 anni; la nuova generazione ha le idee ben chiare: investire in attrezzature e individuare una precisa linea di vinificazione contro la cultura dello sfuso, che da sempre caratterizza la zona. Il fine ultimo è valorizzare al meglio un territorio, pur seguendo le tendenze del mercato: siamo in piena alta valle Versa, il regno del Pinot Nero, vitigno che fa parte della storia dell’Oltrepò e che viene magistralmente interpretato da Calatroni col Metodo classico.

Se da un lato si effettua un’accurata opera di zonazione e ci si concentra sui cru, i cui più recenti risultati sono costituiti dalla presentazione a giugno 2020 di un prodotto frutto di singola vinificazione di una vigna, dall’altra emerge la volontà di rispettare il territorio e di prendere spunto dalle precedenti esperienze: nel 2019 si è infatti conclusa la conversione totale in biologico con certificazione, che vedrà la graduale reimmissione sul mercato di tutti i vini della gamma con marchio biologico.

Inoltre il Riesling italico, un tempo coltivato dal papà per produrre un bianco frizzante, viene riproposto nella veste inusuale di Metodo classico. Stefano racconta la sua genesi: “anche se produciamo Riesling Renano con ottimi risultati sia in un vino da bere subito sia nella Riserva, l’Italico può dare di meglio nel frizzante. Non abbiamo potuto giocare sull’evoluzione, come per il Pinot Nero, perché si tratta di un vitigno semiaromatico, quindi abbiamo dovuto studiare un sistema per limitare al minimo l’influenza dei lieviti, senza penalizzare i sentori tipici di mela renetta e camomilla: allora presa di spuma in bottiglia, affinamento sui lieviti con il contenitore a testa in giù subito dopo la messa in bottiglia, per circoscrivere l’interazione tra liquido e lieviti, sboccatura dopo nove mesi e commercializzazione. In conclusione, abbiamo ragionato come nostro padre, ma in chiave Metodo classico. Il Riesling Italico non ha la nobiltà del Pinot Nero, ma se gli si dà la possibilità mostra del suo.”

L’attività dell’azienda pre-Covid 19 era incentrata sulla produzione di vino destinato ai ristoratori; oltre a ciò, grazie all’agriturismo Calice dei Cherubini, debitamente attrezzato con sala degustazione, era possibile a chiunque lo desiderasse, dopo aver visitato vigna e cantina, assaggiare i vini tramite la formula menu degustazione, in cui venivano proposti in accompagnamento a piatti locali, allo scopo di far conoscere il territorio e i suoi prodotti.

Con l’arrivo del Covid 19 inizialmente la famiglia vive una situazione di incertezza, nell’attesa di meglio comprendere cosa stia succedendo, mentre in vigna e in campagna i lavori non si fermano e il susseguirsi di andamenti climatici perfetti rende il 2020 una delle migliori annate che ci siano state, almeno per l’Oltrepò.

Qual è stata la vostra reazione di fronte all’emergenza sanitaria?

“Innanzitutto preoccupazione per la perdita del mercato Ho.re.ca. a seguito della chiusura della ristorazione, ma nello stesso tempo il lavoro di fidelizzazione dei clienti avviato negli anni ha dato i suoi frutti: grande e forte è stata la loro risposta, affiancata dall’adesione all’iniziativa #iorestoincantina, in cui il promotore Cantina Social si è dimostrato davvero eticamente corretto con il suo progetto di charity totale del ricavato, nel nostro caso all’Ospedale San Matteo di Pavia. E’ stato un momento importante di sostegno del territorio e della città, un semplice piccolo gesto per aiutare.”

Quali spunti avete ricavato da questa esperienza?

“In attesa di vedere come muoversi per tornare alla normalità abbiamo cercato di sviluppare progetti o attività prima tralasciati per mancanza di tempo. Ad esempio l’e-commerce: siamo presenti su tutte le piattaforme, quindi lo utilizziamo indirettamente, ma, prima di realizzarlo personalmente, vorremmo essere sicuri di creare qualcosa che duri nel tempo, non di improvvisarlo sull’onda del momento. Abbiamo lanciato per ora una vendita online di pacchetti per saggiare il mercato, poi faremo il passo successivo una volta chiarito in quale direzione muoverci.”

Per concludere un sogno nel cassetto?

Stefano risponde ridendo: “uno solo è poco, nel cassetto ci lasciamo quello che si ha paura di sviluppare. Dato che occorre lottare per ottenere dei risultati, mi piacerebbe vedere che questo leone che dorme, come viene definito l’Oltrepò pavese, si svegliasse, che dimostrasse che non è solo vino sfuso e cronache di cantine che fanno fare brutte figure. Vorrei che, dietro tanta uva e un mare di vigneti, ogni viticoltore diventasse artefice del proprio futuro, che avesse l’ambizione di portare avanti il suo prodotto e di identificarsi con esso. Mi piacerebbe che ci fossero almeno 2-300 aziende di immagine per far conoscere al meglio l’Oltrepò, così come anche una maggior cura del territorio: se in Franciacorta il 70% delle aziende ha effettuato la conversione al biologico, qui siamo solo al 5% ed è un peccato perché soltanto grazie a questa scelta io ho potuto constatare come la vita sia finalmente ritornata tra i filari. Spero che l’esperienza di questi mesi possa favorire una presa di coscienza a vari livelli in questo territorio e accelerare l’evoluzione dal vino massale, la cui epoca sembrerebbe ormai conclusa, al vino di qualità.”

Vittoria Rosapane